L’impegno per la “Res Publica”

Era il 2008, quando in America era già scoppiata la crisi dei mutui sub prime e gli effetti si erano abbattuti, subito dopo anche sui conti delle banche, dei fondi previdenziali, delle compagnie assicurative e dei fondi comuni d’investimento italiani. La follia di una finanza spregiudicata che aveva confezionato titoli tossici, stava devastando il sistema finanziario mondiale. La reazione a catena metteva ancora di più in risalto la globalizzazione, quella di un mercato che non vuole, e che non ha regole, tanto le classi politiche si sono votate, di fatto, al liberismo più sfrenato.

Globalizzazione, una parola prima tanto osannata oggi tanto temuta, è un fenomeno con il quale siamo entrati in confidenza solo dalla fine del secolo scorso. In realtà è una dimensione con la quale l’occidente ha avuto a che fare già dall’espansione dell’Impero Romano sotto Traiano (II secolo d.C.).

E poi, via via, con i viaggi di Marco Polo in Cina, verso la fine del XIII secolo, con la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo nel 1492; con le esplorazioni di Vasco de Gama che tentò la navigazione diretta fino all’India e Ferdinando Magellano, il primo a tentare la circumnavigazione del globo.   

La conquista di altri stati e il loro asservimento a Roma prima e agli altri Paesi colonialisti dopo, favorì lo sviluppo dei mezzi di comunicazione e i conseguenti scambi commerciali che svilupparono le interconnessioni economiche e culturali tra paesi lontani, fino ad allora vissuti in una sorta di autarchia.

E’ evidente che la globalizzazione è il dominio dei poteri potenti su quelli più fragili. Oggi i potenti della finanza hanno sottomesso gli stati più fragili e meno sviluppati alle regole ferree del dominio dei capitali su qualsiasi altra necessità sociale ed economica. Questa è la tragica sintesi della situazione in cui ci troviamo. Ricordo che quando il fenomeno iniziò a prendere piede, alcuni di noi obiettarono che questa ideologia, questo mantra della globalizzazione, avrebbe ridotto gli stati e le popolazioni a meri servitori di pochi grandi manovratori. Va da sé che fummo subito tacciati di essere dei vetero statalisti. In realtà facevamo solo delle elementari considerazioni di buon senso, ma soprattutto mettevamo in evidenza che l’arretratezza di alcuni paesi, nella competizione globale, poteva essere mitigata solo da interventi mirati dello stato in ambiti ben precisi, strategici, nei quali i privati non avevano interesse ad investire perché soggetti ad un rientro della redditività solo sui tempi lunghi. In definitiva niente di più e niente di meno di quello che proporrebbero degli economisti di stampo keynesiano e liberale. E noi ci univamo a questi. 

La situazione dell’Italia ora è giunta ad una situazione di stallo. Dopo oltre 25 anni dalla fine della cosiddetta “Prima Repubblica”, abbiamo un paese ingessato, incapace di voltare pagina e programmare il proprio futuro alla luce dei cambiamenti che sono intervenuti nel frattempo. Il problema alla base di questo disastro è la mancanza di una classe dirigente all’altezza dei compiti che la contemporaneità ci pone. Questo è certamente uno dei primi temi che dovrebbe essere messo in un’agenda della politica e del nostro Governo in particolare. Risolvere questa problematica, seppure con i tempi non brevi che richiede, significa ripartire con il piede giusto. Significa rilanciare la passione civile per la “Res Publica”.

Oggi, per comprenderne la portata e il significato di questa locuzione basterebbe richiamare il pensiero di un grande pensatore e giurista vissuto nel I° secolo a.C., Marco Tullio Cicerone, il quale nel suo trattato politico “De re publica” ci dice: «”La res publica” è cosa del popolo; e il popolo non è un qualsiasi aggregato di gente, ma un insieme di persone associatosi intorno alla condivisione del diritto e per la tutela del proprio interesse». Ma ancor di più, lo dobbiamo intendere come un monito che ci richiama alla inevitabile compenetrazione dei destini dei cittadini, legati indissolubilmente al destino del proprio stato e della propria società.

Per questa ragione dovremmo farci una domanda e chiederci se il potere è qualcosa che debbono conquistarsi solo le giovani generazioni o sia materia più adatta ad essere dominata da persone esperte e sagge, diciamo in una parola dagli anziani? Non v’è alcun dubbio che i giovani hanno nelle vene il fuoco vivo della vita e del futuro, mentre gli anziani hanno un punto di osservazione della stessa posto su una traiettoria declinante. Oggi i giovani non provano più attrazione per la politica e, da anni, sono costretti a vedere di fronte a loro stessi una prospettiva che è peggiore di quella che hanno avuto i loro genitori. Le loro principali preoccupazioni sono quelle di cercare più certezze per il lavoro, per la famiglia, per l’ambiente, per la salute. Ciò giustifica, in una qualche misura, il loro allontanamento dalla cura e dall’interesse per la gestione della “Res publica” vista purtroppo come qualcosa di distante e ostile alle loro problematiche.

Ma questo non deve esimerci, istituzioni e società civile, dall’obbligo etico e morale di rilanciare con forza e con passione una grande fase di rinnovamento del paese, quello che potremmo definire un nuovo rinascimento. Tale progetto potrebbe essere ancora più forte se si riuscisse a coniugare le aspettative e la forza dei giovani con l’esperienza e la saggezza degli anziani in un nuovo patto intergenerazionale, ove ogni componente della società sappia fattivamente e responsabilmente dialogare con le altre. Come diceva Bertrand Russel: “L’educazione dovrebbe inculcare l’idea che l’umanità è una sola famiglia con interessi comuni

Il programma di lavoro e l’impegno che sta profondendo l’Associazione “Merita,” grazie ai suoi soci promotori, ma soprattutto animatori, mi sembra una sintesi perfetta che va esattamente nella direzione indicata da Russel.

Giuseppe Filippi – Roma 16 maggio 2020

I CITTADINI E L’EUROPA

Succede spesso in questi ultimi anni che si parli dell’Europa, del suo ruolo e del significato che ha per i cittadini comuni. Tuttavia, non si è riusciti a trovare un campo idoneo, atto a sviluppare un confronto fattivo, sia nella pubblica opinione che tra forze politiche.

Quello che riporto di seguito è il frammento di una discussione tra due cittadini che, per cultura e ruolo professionale, sono posti nella parte alta di una ipotetica scala della competenza e dunque della consapevolezza dei problemi nei quali sono immerse oggi l’Italia e l’Europa.

I due riflettevano sul tema della vicinanza delle istituzioni ai cittadini ed in particolare di quelle europee. Il tema è di grande importanza, soprattutto in un periodo come quello che stiamo vivendo, che vede gli Stati dell’Unione Europea attanagliati sempre più da politiche fiscali e legislative asfissianti. Il problema però più devastante, almeno per paesi che si trovano in una condizione simile a quella dell’Italia, è quello dei continui vincoli a cui sono sottoposti i bilanci degli Stati, soprattutto in relazione all’ammontare del debito complessivo accumulato dai singoli paesi.

In particolare, in Italia, in questi ultimi anni, l’Europa viene vista come una congrega di tecnocrati aridi che guardano esclusivamente ai conti dei bilanci pubblici con una mentalità da semplici contabili. Le uniche ricette che sanno fornire, come risposte alla situazione economico finanziaria, sono sempre le stesse: tagliare il debito pubblico e risanare i conti dello stato. Infatti, negli ultimi tempi, ci hanno fatto conoscere anche la spending revue, andata di moda per diverso tempo qui in Italia.

Come si sa, l’Italia, nella gestione del debito pubblico, ha titolo di campione degli spendaccioni più dissennati. A ruota seguono altri paesi del sud dell’Unione Europea. I paesi del nord invece brillano per virtù e austerità nella spesa pubblica ed hanno un rapporto deficit/Pil molto migliore del nostro. 

Questi temi del rapporto deficit/Pil e debito/Pil hanno dominato la scena dei compiti principali assegnati all’Unione Europea. E’ evidente che i cittadini, di fronte a questa martellante campagna che ci proviene giornalmente dalle Istituzioni europee, non possono che avere una visione dell’Europa come matrigna e causa principale di tanti mali che affliggono le nostre economie e travagliano i ceti più deboli della società.  

Ora, non v’è dubbio che l’Europa soffra, essa stessa, di un deficit di tipo politico-culturale. In tutti questi decenni, durante i quali si sarebbe dovuta costruire un’Europa politica, si sono creati invece esclusivamente tanti salotti snob, soprattutto a Bruxelles, presso la Commissione Europea, tecnocratici, avulsi dalla realtà dei popoli e delle società dei singoli paesi partner dell’Unione. Come qualche cosiddetto sovranista alla Salvini ama dire, l’Europa ormai legifera su tutto, tranne che sui problemi concreti delle persone, per dedicarsi soprattutto a regolamentare inezie come il colore delle bustine con le quali si confeziona l’insalata.

Ma torniamo per un momento ad analizzare come quei due cittadini, di cui dicevamo all’inizio, vedono l’Europa. Una delle prime osservazioni che ponevano è quella che fino a poco tempo fa, i principali documenti dell’Unione Europea erano pubblicati al massimo in due lingue: francese e inglese. Poi di recente si è aggiunta quella tedesca. Ora la domanda sorge spontanea: se un’istituzione vuole dialogare con i propri cittadini come fa a non parlare la loro stesa lingua? E ancora, i tanti parlamentari, eletti nei singoli paesi, possibile che in tutti questi anni, non abbiano mai sentito la necessità di far tradurre gli atti delle istituzioni europee nelle lingue dei loro Stati? Come se ciò non bastasse, fino a qualche anno fa nei canali satellitari si poteva vedere una tv, almeno in Italia, che parlava esclusivamente delle istituzioni europee e della loro attività. Perché oggi questo canale è sparito, o almeno non lo vediamo sul digitale terrestre che è quello che guardano il 99 percento dei cittadini? Perché è sparito, almeno qui in Italia, anche un altro canale televisivo che parlava dei rapporti tra l’Europa e i paesi che affacciano sul Mediterraneo? E per concludere, che fine ha fatto l’avvio di Euromed, l’istituzione creata dall’Europa l’anno scorso, che dovrebbe avere tra l’altro la propria sede qui in Italia? Era stata istituita proprio per guardare con maggiore attenzione i rapporti dell’Unione Europea con i paesi del Mediterraneo e favorirli. Questa iniziativa andrebbe rilanciata e rafforzata, soprattutto alla luce dei continui e inarrestabili sbarchi sulle nostre coste di tanti poveri esseri umani disperati, che negli ultimi tempi sono rallentati solo per la paura del Corona virus.

Ora, per evitare di essere tacciati di fare solo lamentele, è giunto il momento di alcune piccole proposte.

La prima è quella di introdurre l’obbligo di corsi di lingua inglese nelle scuole, negli uffici pubblici e nelle aziende, con l’esclusione di quelle più piccole per ovvie ragioni organizzative, ed organizzarli sia in aule fisiche che on-line;  ed infine, di redigere i principali documenti sia in italiano che in inglese.

La seconda è quella di reintrodurre sul digitale terrestre uno o più canali TV dedicati all’Europa e alle sue istituzioni.

La terza è la pubblicazione tutti i documenti, dell’Unione Europea nelle lingue dei singoli Stati, con a fianco il testo in lingua inglese, per consentire a tutti i cittadini il libero accesso alle informazioni. Un provvedimento di questo genere tra l’altro crediamo che darebbe un grande contributo anche ad evitare che i paesi, e l’Italia in particolare, non presentino progetti per accedere ai fondi europei, soprattutto da parte di soggetti più piccoli come piccole imprese, cittadini, piccoli comuni e così via.

Ma i due amici, chiacchieroni e amanti di farsi domande hanno proseguito con altre riflessioni.

  1. La prima è stata quella di ripercorrere le ragioni storiche e politiche che portarono alla nascita delle prime Comunità Europee con la firma dei trattati di Roma del 1957. Allora sembrarono avviare e realizzare il tanto agognato sogno europeista di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni. Ma oggi quanta parte hanno realizzato di quell’idea di Europa?
  2. La domanda successiva è stata quella del perché popoli e Stati così diversi tra di loro, per storia e cultura, abbiano creato un’Europa in forma di “Unione”.
  3. E ancora, quanto i popoli hanno assimilato l’idea di essere parte integrante del loro stato di appartenenza e di essere al contempo anche cittadini dell’Unione Europea, di questo organismo politico più ampio e ancora troppo lontano nella loro percezione?

Con la firma dei Trattati istitutivi dell’Unione Europea, gli Stati aderenti hanno ceduto una parte della loro sovranità che alcuni dicono essere ancora insufficiente mentre altri, come i cosiddetti sovranisti, al contrario, vorrebbero ridurre il peso delle istituzioni europee. E qui si apre un’ulteriore riflessione circa il ruolo dell’Italia, inserita nell’Unione Europea, e nel confronto con il resto del mondo, così come si è venuto evolvendo negli ultimi decenni, soprattutto sotto i profili politico-economico e strategico-militare. Ora, che ruolo può avere un singolo stato che abbia le caratteristiche dell’Italia alla luce dei fenomeni che hanno caratterizzato il contesto internazionale, soprattutto mediante la globalizzazione economica e finanziaria? Come si porrebbe, l’Italia, di fronte alla modificazione dei rapporti di forza fra le due super potenze (USA e URSS), che avevano assunto la leadership globale subito dopo la Seconda Guerra mondiale? Come si potrebbe inserire nel giogo tra le vecchie e le nuove super potenze mondiali come Cina, India e Brasile?

Alla prima domanda la risposta, probabilmente, era già insita nel Manifesto di Ventotene, il cui titolo era “Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto”.

Rispetto alla seconda domanda, relativa al tema “dell’Unione di Stati,” prima di dare una risposta, occorrerebbe preliminarmente farne delle altre. E cioè: Cosa hanno unito gli Stati, cosa volevano effettivamente unire, cosa si dovrebbe unire oggi, alla luce degli sviluppi che ci sono Stati a livello globale (Si veda da ultimo il dramma del Corona virus)? Ovviamente il confronto è aperto.  

Per quanto attiene alla terza domanda, credo che si possa concordare sul fatto che oggi nei cittadini prevalgano due desideri diametralmente opposti. Il primo, è quello di chi confida in un’Europa solidale e in un’area di grande pace. Il secondo invece, è quello di chi non vede l’ora di fuggirne via, perché la considera matrigna. E’ evidente che sia l’una che l’altra posizione sono figlie di una reazione essenzialmente emotiva. Invece, per dare forza e senso ad un’Unione Europea rinnovata, credo che occorrano una grande conoscenza delle regole su cui si fonda e una diffusa consapevolezza dei meccanismi che governano i rapporti tra Stati e Unione, in particolare di quelli che, opportunamente modificati, la potrebbero portare a guardare verso orizzonti più aderenti alle necessità di tutti i paesi membri e dei loro cittadini, che sono il cuore vero dell’Europa. A noi tutti sta il compito di non farli aspettare troppo.

Giuseppe Filippi

Roma 10 maggio 2020

TANTO RUMORE …SOLO CONFUSIONE

E SE RIPARTISSIMO DALLE CULTURE POLITICHE?

Provare ad uscire dalle secche della ragione, e dalle nebbie della storia, riscoprendo i fondamentali della cultura politica sui quali si è imperniato tutto l’occidente.

di Giuseppe Filippi

La gran parte dei paesi del mondo sembrano aver perduto la bussola. Hanno abbandonato ogni tracciato di quello che era stato realizzato nel ‘900 in termini di sistemi di governo, siano essi democratici che conservatori.

Cosa è successo dunque a questo nostro mondo, che si è venuto determinando attraverso l’arco degli ultimi 2500 anni? Che si era ridato una fisionomia nuova, nata geopoliticamente da dopo la fine dell’ultimo conflitto mondiale?

Perché nel corso dei secoli gli uomini si sono sempre affrontati, scontrati, uccisi per dei principi, per dei valori, per senso di sopraffazione e dominio, per pura avidità, mentre oggi sembrano condurre solo o prevalentemente guerre segrete, impalpabili, virtuali attraverso il web e la grande finanza?

Tutto ciò è avvenuto nonostante le grandissime trasformazioni della società, che hanno contrassegnato le grandi conquiste che hanno visto passare l’uomo dall’essere inquilino delle caverne e delle palafitte ad abitante di città organizzate e civili; a cittadino di centri attrezzati di ogni servizio per condurre una vita accettabile e talvolta persino agiata per gran parte della popolazione. Nonostante le grandi conquiste della scienza e della tecnica che hanno reso all’uomo la vita meno dura e più sicura, le società di tutto il pianeta stanno entrando in un vortice incontrollabile di folle ingovernabilità. Ci troviamo come il bambino che voleva raggiungere la cima del grattacielo e, una volta arrivato in cima, ebbe paura di guardare giù fino alla strada, perché non era abituato a quelle altezze.

I popoli sono stati sottomessi più con lo strumento della propaganda e della persuasione occulta, leggi informazione, che con la forza come avveniva un tempo. Non di meno, si sono sottomessi all’azione avviata da tempo su scala planetaria che ha ridotto ogni essere umano a semplice consumatore, nella migliore delle ipotesi, o addirittura in un nuovo schiavo, nel caso di sfruttamento dei lavoratori in quelle aree del mondo più povere.

Sembrano esserci dei casi di ribellione, come in Francia o in Venezuela, che provengono dalle fasce sociali più povere. Potrebbero essere spiragli di un rifiorire dei movimenti di popolo davanti alle grandi ingiustizie e angherie perpetrate dalle classi dominanti.

In quasi tutta Europa si stanno consolidando allarmanti forze antidemocratiche. Anche nelle democrazie più consolidate del mondo, come Gran Bretagna e Stati Uniti, i governi in carica sono guidati da capi di Stato e Primi Ministri che non hanno, neanche lontanamente, l’Aplomb di chi li ha preceduti.

Oggi gran parte dei popoli e dei giovani in particolare, si sono rifugiati nel nichilismo, che Umberto Galimberti nel suo libro “La parola ai giovani”, suddivide in passivo e attivo, ovvero tra chi ritiene che non vi siano più speranze per il futuro, chiudendosi nella rassegnazione e chi invece non vuole rinunciare ai propri sogni.

Ma volendo circoscrivere l’analisi all’occidente, bisognerebbe tornare alla storia di quella che è stata la culla di tutta la cultura occidentale: l’antica Grecia. Occorrerebbe riscoprire e far comprendere ai popoli il valore delle idee, come fecero Aristotele e Platone. Bisognerebbe insegnare loro che in assenza di un’elaborazione organica delle idee, cioè dello sviluppo del pensiero, ogni azione messa in campo corre il rischio di essere una pura reazione estemporanea riferita al momento contingente, e soprattutto, senza offrire una solida via di sviluppo creativo e ordinato della società.

Con la nascita della “polis” greca vedono la luce i concetti di “politica” e di “politeia” che altro non erano che tutto ciò che afferiva alla vita della polis, cioè, della società, ricomprendendo non solo le istituzioni più propriamente politiche, ma anche tutte le altre istituzioni mediante cui si organizzava la vita della polis, con un diretto riferimento al costume, alle consuetudini, alla morale, alla religione e alle forme di culto e al sistema educativo.

Proprio dall’antica Grecia si originò l’idea di “democrazia”, di questa straordinaria parola che ha animato per secoli l’anelito di intere generazioni di combattenti ed eroi, che nel corso dei secoli hanno portato la maggior parte dei paesi occidentali a farla propria, riconoscendole un valore irrinunciabile e superiore, rispetto alle altre idee di governo della società.

La politica, ma soprattutto il pensiero politico, come si sa, nel corso dei secoli hanno prodotto una vasta gamma di “Culture politiche”, di ideologie, di scuole di pensiero, di modelli sociali ed economici. E’ stata un’elaborazione lenta ma continua, che nel corso del tempo ha determinato un’osmosi tra i diversi filoni di pensiero sino a combinarli tra di loro con profonde contaminazioni. Basti pensare, esemplificando, alle primitive concezioni dello stato imperniate sulla monarchia, sull’impero, sul potere temporale della Chiesa, sull’aristocrazia, sulla borghesia, sulla classe operaia, sulla classe media, sulle elite… e così via, sino ad arrivare agli abomini delle idee che hanno sostenuto l’esistenza di una “razza superiore”.

Va da se che, non da oggi, l’occidente ha convintamente abbracciato il modello democratico, frutto anche e soprattutto di un innalzamento del livello culturale e delle condizioni economiche dei popoli, che si sono determinate nel corso dei secoli a partire, emblematicamente, dalla rivoluzione francese con il motto “Libertè, Egalitè, Fraternitè”.

Nei secoli precedenti le società e i popoli erano governati da modelli, come accennato prima, dittatoriali, dinastici, spesso violenti, reazionari e conservatori. Solo grazie alle elite borghesi illuminate, durante la rivoluzione francese, presero corpo le prime forme di emancipazione politica e sociale dei ceti più deboli. Mentre con la prima e seconda rivoluzione industriale, grazie soprattutto al grande contributo dato dalla scienza alla tecnica, si crearono le premesse per un miglioramento delle condizioni economiche dei ceti più deboli, i quali, grazie ai salari erogati dalle industrie, poterono accedere ai beni di prima necessità e all’istruzione di base, motore portante del riscatto e del miglioramento di ogni società.

Orbene, l’elaborazione di idee e di modelli di gestione della società, di visioni etiche e morali che ne indicavano anche lo sviluppo in senso sociale e umano, soprattutto della dignità delle persone, si è avuto con la promozione e la libera circolazione delle idee, favorendo la coltivazione del pensiero, quale forma necessaria e superiore per lo sviluppo degli uomini. Proprio lo sviluppo del pensiero e della sua libera circolazione ha favorito la nascita di tante diverse “Culture Politiche” che hanno rappresentato il sale delle società moderne, il cuore pulsante di ogni moderna democrazia, abituandoci ad accettare il pluralismo delle idee come un bene primario. Valore ben esplicitato dalla famosa frase, erroneamente attribuita a Voltaire (pseudonimo di Jean François Marie Arouet): “Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo”, in realtà usata per la prima volta da Evelyn Beatrice Hall, saggista conosciuta con lo pseudonimo di Stephen G. Tallentyre.

Le grandi “Culture Politiche,” dall’illuminismo in poi, sono state quelle liberale, dell’assolutismo, dell’imperialismo, del nazionalismo, marxista, socialista, liberaldemocratica, fascista, nazista. Sono state ideologie, filoni di pensiero, che oltre a produrre una grande messe di idee di progresso, hanno generato in alcuni casi, come in quelli dei regimi dittatoriali, degli autentici drammi sociali.

Chissà! Forse vale la pena ripartire proprio dalle quelle “Culture Politiche” che hanno saputo dare all’umanità un percorso di pace e di progresso, mettendo sempre l’uomo al centro della loro elaborazione e della proposta per la società. Dobbiamo essere coscienti tutti che in assenza di idee, di sviluppo del pensiero, la società si ritorce su se stessa e abbandona ogni idea di futuro, lasciandosi dominare esclusivamente dalle paure e dall’avversità al confronto con la realtà degli altri popoli in un mondo sempre più interconnesso.

 

TANTO RUMORE… SOLO CONFUSIONE

(In corso di pubblicazione sul Mensile Nuova Informazione)

Il Governo 5 Stelle-Lega ha preso il via da alcuni mesi, dopo tante indecisioni e proclami sul cosiddetto “Contratto di governo”.

Appena annunciata, questa inedita e bizzarra formula, ha suscitato immediatamente riserve, sia rispetto alla prassi governativa che a quella istituzionale.

Alla fine tutti i commentatori l’hanno presa come una “boutade” dovuta alla furia del cambiamento “rivoluzionario” dei 5 Stelle.

Al di la delle formule lessicali, i punti del “Contratto” sono apparsi da subito incompatibili tra di loro: da un lato maggiori spese a carico del bilancio pubblico (5 Stelle), dall’altro meno tasse, quindi meno entrate (Lega).

Oltre a questi aspetti, che sono in massima parte propagandistici, si è assistito ad uno spettacolo davvero esilarante. Un Presidente del Consiglio di facciata, due Vice Presidenti effettivi, di cui uno (Salvini) il vero dominus del Governo, che non perde occasione di pontificare non solo sulle materie di sua competenza ma anche su quelle degli altri ministri, ivi compreso il Presidente del Consiglio nominale (Conte). Ma la cosa davvero incredibile è quella di un Consiglio dei Ministri dove Di Maio e Salvini di fatto dovrebbero dare indicazioni a ministri come Tria e Savona. Ve la immaginate la scena durante le riunioni? Due giovani politici privi di esperienze di governo, senza alcun curriculum extra-politico che possa far pensare ad una qualsiasi loro competenza in materie così complesse come l’economia, i rapporti con l’Europa e soprattutto le relazioni internazionali, che danno ordini a professori di valore e di lunga esperienza come Savona e Tria. Insomma, un ballettò della vanità scaricato sulle sorti del paese.

Tuttavia, i due giovani, non perdono occasione per parlare a sproposito, per lanciare anatemi contro l’Europa, contro il mercato, contro le banche, fatto salvo il fatto di voler rafforzare le loro frequentazioni con Putin e Orban, per non parlare poi dei tentativi fatti con i cinesi per fargli acquistare il nostro debito in caso di difficoltà ad emettere nuovi titoli del debito pubblico, non considerando i rischi che comporterebbe un’ipotesi di questo genere: di finire nelle fauci del leone asiatico.

Non c’è dubbio che i proclami lanciati contro l’Europa, contro gli immigrati, l’abbassamento delle tasse con la FlatTax, l’abolizione della legge Fornero, la quota 100 per le future pensioni, il reddito di cittadinanza, la cacciata del Gruppo Benetton dalla concessione delle autostrade e così via, hanno creato tanto rumore. Ma cosa e rimasto dopo il rumore? Solo una grande confusione inconcludente.

D’altra parte sul versante delle opposizioni il caos è ancora più grande.

Forza Italia e PD sono avvolti da nebbia densissima ed hanno perso totalmente la bussola. Arrancano senza sapere dove andare. FI tratta qualcosa sulla Rai per tutelare gli interessi di Berlusconi. Il PD sta facendo giorno dopo giorno arachiri….

Ad oggi questo governo ha dato una sola prova certa: di fronte alle scelte economiche vere si è bloccato. Accampa il pretesto che gli uffici dei ministeri non collaborano, anzi che lo boicottano. Non è in grado di fare la benché minima programmazione, non ha una visione del paese. Lancia solo slogan per blandire gli elettori. Se continuerà di questo passo avremo solo guai, non solo con l’Europa, ma questo mi sembra l’aspetto meno grave, soprattutto nelle relazioni con il resto del mondo. Il paese sta diventando inaffidabile agli occhi degli investitori e delle imprese.

Non c’è un’iniziativa utile al rilancio dell’economia che sia ripartita nel paese. 5 Stelle e Lega avevano promesso di ridare slancio alle piccole imprese, ai professionisti, a tutti i piccoli operatori ma non hanno idea di come farlo concretamente. Del resto la stessa cosa, ad esempio, è avvenuta su Roma. Dopo 2 anni la giunta Raggi non è riuscita a fare assolutamente nulla e si badi bene non per mancanza di risorse ma principalmente per assoluta incapacità inadeguatezza. L’una cosa che emerge è l’assenza totale nella gestione delle emergenze. Basta guardare al problema dei rifiuti e del traffico… il nulla più totale.

Ma per ritornare alle tematiche del governo c’è da chiedersi quali misure hanno preso, ad esempio, per la riorganizzazione di un settore tanto delicato come quello delle banche e del risparmio? Quali misure hanno assunto contro l’evasione e l’elusione fiscale?

Cosa intendono fare per il settore del turismo e dei beni culturali? Che misure concrete prenderanno per la ricerca scientifica?

Al di la della promessa del reddito di cittadinanza, cosa faranno concretamente per il sud del paese?

Oltre a respingere i poveri disgraziati che arrivano per mare, come pensano di regolare i rapporti con gli altri paesi che affacciano sul Mediterraneo?

Cosa hanno da dire sui principi posti dalla nostra Costituzione e dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Universali dell’Uomo in tema di accoglienza e di asilo politico?

Ma fare tutte queste domande a due “forze politiche antisistema” è sicuramente inutile.

Perché è inutile? E’ inutile perché il loro obiettivo principale non è quello di governare questo paese con le regole che ci sono, inserito, così come è oggi, nel contesto che la comunità internazionale democratica si è data.

Sanno perfettamente che per attuare il loro progetto debbono far saltare ogni legame con l’Europa e con le Istituzioni internazionali. Dopo di che potranno dire: lo vedete la comunità internazionale ci ha costretti! Vogliono sottomettere la nostra autonomia statuale, vogliono piegarci a regole che non sono state poste dal popolo mediante i propri eletti. Solo dopo potranno procedere con l’attuazione del loro “piano eversivo” che hanno in mente.

Un tale scenario potrebbe anche apparire cervellotico, altamente improbabile, ma non credo che sia così per due motivi.

Il primo motivo è che la Lega non ha mai negato la sua voglia di uscire dall’Unione Europea. Solo ultimamente è stata portata a più miti consigli dai propri Ministri che hanno esperienza e un più alto senso dello stato. Inoltre ha proposto anche di non pagare più la quota di finanziamento della Nato a carico dell’Italia.

Il secondo motivo e che 5 Stelle, tramite il proprio “azionista di riferimento”, la Casaleggio e Associati in persona di Davide Casaleggio, in una recente intervista ha affermato che di fatto, con le nuove tecniche di partecipazione mediante la rete, il Parlamento è divenuto uno strumento inutile che potrebbe anche essere soppresso.

Mi sembra che lo scenario prefigurato sopra non sia così irrealistico. C’è solo da sperare che le forze democratiche si coalizzino e riportino l’attenzione dei cittadini sull’importanza vitale che hanno i valori e i temi di una corretta e consapevole appartenenza dell’Italia tra il novero dei paesi avanzati e civili.

I giovani italiani, per garantirsi di che vivere, hanno due scelte: emigrare o farsi eleggere in Parlamento.

Quale speranza di futuro hanno i giovani italiani, e non solo loro? Negli ultimi tempi, si parla, con frequenza superiore al solito, di disoccupazione, con particolare riguardo a quella giovanile e femminile. Le parole sono troppe e le chiacchiere stanno a zero, in quanto di fatti se ne vedono pochi. Nulla si fa neppure per i giovani cosiddetti Neet, cioè quei giovani che non studiano, che non lavorano e che sono talmente sfiduciati e avviliti che hanno rinunciato persino a cercare una qualsiasi occupazione e/o a proseguire un regolare corso di studi per conseguire un titolo spendibile nel mercato del lavoro. A questo punto non resta loro che attendere speranzosi il reddito di cittadinanza o intraprendere il calvario dell’emigrazione. Per male che vada possono sempre candidarsi al parlamento o a qualche consiglio regionale o comunale per assicurarsi indennità e gettoni di presenza utili anche a pensione. Qualcuno, or non è molto, aveva suggerito alle donne di sposare un buon partito.

(Adolfo Gente)