TANTO RUMORE …SOLO CONFUSIONE

E SE RIPARTISSIMO DALLE CULTURE POLITICHE?

Provare ad uscire dalle secche della ragione, e dalle nebbie della storia, riscoprendo i fondamentali della cultura politica sui quali si è imperniato tutto l’occidente.

di Giuseppe Filippi

La gran parte dei paesi del mondo sembrano aver perduto la bussola. Hanno abbandonato ogni tracciato di quello che era stato realizzato nel ‘900 in termini di sistemi di governo, siano essi democratici che conservatori.

Cosa è successo dunque a questo nostro mondo, che si è venuto determinando attraverso l’arco degli ultimi 2500 anni? Che si era ridato una fisionomia nuova, nata geopoliticamente da dopo la fine dell’ultimo conflitto mondiale?

Perché nel corso dei secoli gli uomini si sono sempre affrontati, scontrati, uccisi per dei principi, per dei valori, per senso di sopraffazione e dominio, per pura avidità, mentre oggi sembrano condurre solo o prevalentemente guerre segrete, impalpabili, virtuali attraverso il web e la grande finanza?

Tutto ciò è avvenuto nonostante le grandissime trasformazioni della società, che hanno contrassegnato le grandi conquiste che hanno visto passare l’uomo dall’essere inquilino delle caverne e delle palafitte ad abitante di città organizzate e civili; a cittadino di centri attrezzati di ogni servizio per condurre una vita accettabile e talvolta persino agiata per gran parte della popolazione. Nonostante le grandi conquiste della scienza e della tecnica che hanno reso all’uomo la vita meno dura e più sicura, le società di tutto il pianeta stanno entrando in un vortice incontrollabile di folle ingovernabilità. Ci troviamo come il bambino che voleva raggiungere la cima del grattacielo e, una volta arrivato in cima, ebbe paura di guardare giù fino alla strada, perché non era abituato a quelle altezze.

I popoli sono stati sottomessi più con lo strumento della propaganda e della persuasione occulta, leggi informazione, che con la forza come avveniva un tempo. Non di meno, si sono sottomessi all’azione avviata da tempo su scala planetaria che ha ridotto ogni essere umano a semplice consumatore, nella migliore delle ipotesi, o addirittura in un nuovo schiavo, nel caso di sfruttamento dei lavoratori in quelle aree del mondo più povere.

Sembrano esserci dei casi di ribellione, come in Francia o in Venezuela, che provengono dalle fasce sociali più povere. Potrebbero essere spiragli di un rifiorire dei movimenti di popolo davanti alle grandi ingiustizie e angherie perpetrate dalle classi dominanti.

In quasi tutta Europa si stanno consolidando allarmanti forze antidemocratiche. Anche nelle democrazie più consolidate del mondo, come Gran Bretagna e Stati Uniti, i governi in carica sono guidati da capi di Stato e Primi Ministri che non hanno, neanche lontanamente, l’Aplomb di chi li ha preceduti.

Oggi gran parte dei popoli e dei giovani in particolare, si sono rifugiati nel nichilismo, che Umberto Galimberti nel suo libro “La parola ai giovani”, suddivide in passivo e attivo, ovvero tra chi ritiene che non vi siano più speranze per il futuro, chiudendosi nella rassegnazione e chi invece non vuole rinunciare ai propri sogni.

Ma volendo circoscrivere l’analisi all’occidente, bisognerebbe tornare alla storia di quella che è stata la culla di tutta la cultura occidentale: l’antica Grecia. Occorrerebbe riscoprire e far comprendere ai popoli il valore delle idee, come fecero Aristotele e Platone. Bisognerebbe insegnare loro che in assenza di un’elaborazione organica delle idee, cioè dello sviluppo del pensiero, ogni azione messa in campo corre il rischio di essere una pura reazione estemporanea riferita al momento contingente, e soprattutto, senza offrire una solida via di sviluppo creativo e ordinato della società.

Con la nascita della “polis” greca vedono la luce i concetti di “politica” e di “politeia” che altro non erano che tutto ciò che afferiva alla vita della polis, cioè, della società, ricomprendendo non solo le istituzioni più propriamente politiche, ma anche tutte le altre istituzioni mediante cui si organizzava la vita della polis, con un diretto riferimento al costume, alle consuetudini, alla morale, alla religione e alle forme di culto e al sistema educativo.

Proprio dall’antica Grecia si originò l’idea di “democrazia”, di questa straordinaria parola che ha animato per secoli l’anelito di intere generazioni di combattenti ed eroi, che nel corso dei secoli hanno portato la maggior parte dei paesi occidentali a farla propria, riconoscendole un valore irrinunciabile e superiore, rispetto alle altre idee di governo della società.

La politica, ma soprattutto il pensiero politico, come si sa, nel corso dei secoli hanno prodotto una vasta gamma di “Culture politiche”, di ideologie, di scuole di pensiero, di modelli sociali ed economici. E’ stata un’elaborazione lenta ma continua, che nel corso del tempo ha determinato un’osmosi tra i diversi filoni di pensiero sino a combinarli tra di loro con profonde contaminazioni. Basti pensare, esemplificando, alle primitive concezioni dello stato imperniate sulla monarchia, sull’impero, sul potere temporale della Chiesa, sull’aristocrazia, sulla borghesia, sulla classe operaia, sulla classe media, sulle elite… e così via, sino ad arrivare agli abomini delle idee che hanno sostenuto l’esistenza di una “razza superiore”.

Va da se che, non da oggi, l’occidente ha convintamente abbracciato il modello democratico, frutto anche e soprattutto di un innalzamento del livello culturale e delle condizioni economiche dei popoli, che si sono determinate nel corso dei secoli a partire, emblematicamente, dalla rivoluzione francese con il motto “Libertè, Egalitè, Fraternitè”.

Nei secoli precedenti le società e i popoli erano governati da modelli, come accennato prima, dittatoriali, dinastici, spesso violenti, reazionari e conservatori. Solo grazie alle elite borghesi illuminate, durante la rivoluzione francese, presero corpo le prime forme di emancipazione politica e sociale dei ceti più deboli. Mentre con la prima e seconda rivoluzione industriale, grazie soprattutto al grande contributo dato dalla scienza alla tecnica, si crearono le premesse per un miglioramento delle condizioni economiche dei ceti più deboli, i quali, grazie ai salari erogati dalle industrie, poterono accedere ai beni di prima necessità e all’istruzione di base, motore portante del riscatto e del miglioramento di ogni società.

Orbene, l’elaborazione di idee e di modelli di gestione della società, di visioni etiche e morali che ne indicavano anche lo sviluppo in senso sociale e umano, soprattutto della dignità delle persone, si è avuto con la promozione e la libera circolazione delle idee, favorendo la coltivazione del pensiero, quale forma necessaria e superiore per lo sviluppo degli uomini. Proprio lo sviluppo del pensiero e della sua libera circolazione ha favorito la nascita di tante diverse “Culture Politiche” che hanno rappresentato il sale delle società moderne, il cuore pulsante di ogni moderna democrazia, abituandoci ad accettare il pluralismo delle idee come un bene primario. Valore ben esplicitato dalla famosa frase, erroneamente attribuita a Voltaire (pseudonimo di Jean François Marie Arouet): “Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo”, in realtà usata per la prima volta da Evelyn Beatrice Hall, saggista conosciuta con lo pseudonimo di Stephen G. Tallentyre.

Le grandi “Culture Politiche,” dall’illuminismo in poi, sono state quelle liberale, dell’assolutismo, dell’imperialismo, del nazionalismo, marxista, socialista, liberaldemocratica, fascista, nazista. Sono state ideologie, filoni di pensiero, che oltre a produrre una grande messe di idee di progresso, hanno generato in alcuni casi, come in quelli dei regimi dittatoriali, degli autentici drammi sociali.

Chissà! Forse vale la pena ripartire proprio dalle quelle “Culture Politiche” che hanno saputo dare all’umanità un percorso di pace e di progresso, mettendo sempre l’uomo al centro della loro elaborazione e della proposta per la società. Dobbiamo essere coscienti tutti che in assenza di idee, di sviluppo del pensiero, la società si ritorce su se stessa e abbandona ogni idea di futuro, lasciandosi dominare esclusivamente dalle paure e dall’avversità al confronto con la realtà degli altri popoli in un mondo sempre più interconnesso.

 

TANTO RUMORE… SOLO CONFUSIONE

(In corso di pubblicazione sul Mensile Nuova Informazione)

Il Governo 5 Stelle-Lega ha preso il via da alcuni mesi, dopo tante indecisioni e proclami sul cosiddetto “Contratto di governo”.

Appena annunciata, questa inedita e bizzarra formula, ha suscitato immediatamente riserve, sia rispetto alla prassi governativa che a quella istituzionale.

Alla fine tutti i commentatori l’hanno presa come una “boutade” dovuta alla furia del cambiamento “rivoluzionario” dei 5 Stelle.

Al di la delle formule lessicali, i punti del “Contratto” sono apparsi da subito incompatibili tra di loro: da un lato maggiori spese a carico del bilancio pubblico (5 Stelle), dall’altro meno tasse, quindi meno entrate (Lega).

Oltre a questi aspetti, che sono in massima parte propagandistici, si è assistito ad uno spettacolo davvero esilarante. Un Presidente del Consiglio di facciata, due Vice Presidenti effettivi, di cui uno (Salvini) il vero dominus del Governo, che non perde occasione di pontificare non solo sulle materie di sua competenza ma anche su quelle degli altri ministri, ivi compreso il Presidente del Consiglio nominale (Conte). Ma la cosa davvero incredibile è quella di un Consiglio dei Ministri dove Di Maio e Salvini di fatto dovrebbero dare indicazioni a ministri come Tria e Savona. Ve la immaginate la scena durante le riunioni? Due giovani politici privi di esperienze di governo, senza alcun curriculum extra-politico che possa far pensare ad una qualsiasi loro competenza in materie così complesse come l’economia, i rapporti con l’Europa e soprattutto le relazioni internazionali, che danno ordini a professori di valore e di lunga esperienza come Savona e Tria. Insomma, un ballettò della vanità scaricato sulle sorti del paese.

Tuttavia, i due giovani, non perdono occasione per parlare a sproposito, per lanciare anatemi contro l’Europa, contro il mercato, contro le banche, fatto salvo il fatto di voler rafforzare le loro frequentazioni con Putin e Orban, per non parlare poi dei tentativi fatti con i cinesi per fargli acquistare il nostro debito in caso di difficoltà ad emettere nuovi titoli del debito pubblico, non considerando i rischi che comporterebbe un’ipotesi di questo genere: di finire nelle fauci del leone asiatico.

Non c’è dubbio che i proclami lanciati contro l’Europa, contro gli immigrati, l’abbassamento delle tasse con la FlatTax, l’abolizione della legge Fornero, la quota 100 per le future pensioni, il reddito di cittadinanza, la cacciata del Gruppo Benetton dalla concessione delle autostrade e così via, hanno creato tanto rumore. Ma cosa e rimasto dopo il rumore? Solo una grande confusione inconcludente.

D’altra parte sul versante delle opposizioni il caos è ancora più grande.

Forza Italia e PD sono avvolti da nebbia densissima ed hanno perso totalmente la bussola. Arrancano senza sapere dove andare. FI tratta qualcosa sulla Rai per tutelare gli interessi di Berlusconi. Il PD sta facendo giorno dopo giorno arachiri….

Ad oggi questo governo ha dato una sola prova certa: di fronte alle scelte economiche vere si è bloccato. Accampa il pretesto che gli uffici dei ministeri non collaborano, anzi che lo boicottano. Non è in grado di fare la benché minima programmazione, non ha una visione del paese. Lancia solo slogan per blandire gli elettori. Se continuerà di questo passo avremo solo guai, non solo con l’Europa, ma questo mi sembra l’aspetto meno grave, soprattutto nelle relazioni con il resto del mondo. Il paese sta diventando inaffidabile agli occhi degli investitori e delle imprese.

Non c’è un’iniziativa utile al rilancio dell’economia che sia ripartita nel paese. 5 Stelle e Lega avevano promesso di ridare slancio alle piccole imprese, ai professionisti, a tutti i piccoli operatori ma non hanno idea di come farlo concretamente. Del resto la stessa cosa, ad esempio, è avvenuta su Roma. Dopo 2 anni la giunta Raggi non è riuscita a fare assolutamente nulla e si badi bene non per mancanza di risorse ma principalmente per assoluta incapacità inadeguatezza. L’una cosa che emerge è l’assenza totale nella gestione delle emergenze. Basta guardare al problema dei rifiuti e del traffico… il nulla più totale.

Ma per ritornare alle tematiche del governo c’è da chiedersi quali misure hanno preso, ad esempio, per la riorganizzazione di un settore tanto delicato come quello delle banche e del risparmio? Quali misure hanno assunto contro l’evasione e l’elusione fiscale?

Cosa intendono fare per il settore del turismo e dei beni culturali? Che misure concrete prenderanno per la ricerca scientifica?

Al di la della promessa del reddito di cittadinanza, cosa faranno concretamente per il sud del paese?

Oltre a respingere i poveri disgraziati che arrivano per mare, come pensano di regolare i rapporti con gli altri paesi che affacciano sul Mediterraneo?

Cosa hanno da dire sui principi posti dalla nostra Costituzione e dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Universali dell’Uomo in tema di accoglienza e di asilo politico?

Ma fare tutte queste domande a due “forze politiche antisistema” è sicuramente inutile.

Perché è inutile? E’ inutile perché il loro obiettivo principale non è quello di governare questo paese con le regole che ci sono, inserito, così come è oggi, nel contesto che la comunità internazionale democratica si è data.

Sanno perfettamente che per attuare il loro progetto debbono far saltare ogni legame con l’Europa e con le Istituzioni internazionali. Dopo di che potranno dire: lo vedete la comunità internazionale ci ha costretti! Vogliono sottomettere la nostra autonomia statuale, vogliono piegarci a regole che non sono state poste dal popolo mediante i propri eletti. Solo dopo potranno procedere con l’attuazione del loro “piano eversivo” che hanno in mente.

Un tale scenario potrebbe anche apparire cervellotico, altamente improbabile, ma non credo che sia così per due motivi.

Il primo motivo è che la Lega non ha mai negato la sua voglia di uscire dall’Unione Europea. Solo ultimamente è stata portata a più miti consigli dai propri Ministri che hanno esperienza e un più alto senso dello stato. Inoltre ha proposto anche di non pagare più la quota di finanziamento della Nato a carico dell’Italia.

Il secondo motivo e che 5 Stelle, tramite il proprio “azionista di riferimento”, la Casaleggio e Associati in persona di Davide Casaleggio, in una recente intervista ha affermato che di fatto, con le nuove tecniche di partecipazione mediante la rete, il Parlamento è divenuto uno strumento inutile che potrebbe anche essere soppresso.

Mi sembra che lo scenario prefigurato sopra non sia così irrealistico. C’è solo da sperare che le forze democratiche si coalizzino e riportino l’attenzione dei cittadini sull’importanza vitale che hanno i valori e i temi di una corretta e consapevole appartenenza dell’Italia tra il novero dei paesi avanzati e civili.

I giovani italiani, per garantirsi di che vivere, hanno due scelte: emigrare o farsi eleggere in Parlamento.

Quale speranza di futuro hanno i giovani italiani, e non solo loro? Negli ultimi tempi, si parla, con frequenza superiore al solito, di disoccupazione, con particolare riguardo a quella giovanile e femminile. Le parole sono troppe e le chiacchiere stanno a zero, in quanto di fatti se ne vedono pochi. Nulla si fa neppure per i giovani cosiddetti Neet, cioè quei giovani che non studiano, che non lavorano e che sono talmente sfiduciati e avviliti che hanno rinunciato persino a cercare una qualsiasi occupazione e/o a proseguire un regolare corso di studi per conseguire un titolo spendibile nel mercato del lavoro. A questo punto non resta loro che attendere speranzosi il reddito di cittadinanza o intraprendere il calvario dell’emigrazione. Per male che vada possono sempre candidarsi al parlamento o a qualche consiglio regionale o comunale per assicurarsi indennità e gettoni di presenza utili anche a pensione. Qualcuno, or non è molto, aveva suggerito alle donne di sposare un buon partito.

(Adolfo Gente)

Il volto umano della globalizzazione (di Guido Plutino, Mondoperaio 09-2017)

Sono ormai molti anni che la finanza ha – come si usa dire
nel brutto gergo dei tecnici – un problema “reputazionale”.
Le motivazioni per questa lettera scarlatta non mancano,
nel passato più o meno recente come nel presente, e non
è necessario elencarle nuovamente qui. Vale invece la pena di
ricordare che esiste una finanza buona di cui non si sente mai
parlare che sembra non conoscere crisi e ha scopi redistributivi
e solidali: che per esempio incentiva e contribuisce fattivamente
allo sviluppo delle aree meno fortunate del pianeta e
dell’economia reale; e che infine vale ben 450 miliardi di dollari
Usa l’anno (la stima è riferita al 2017).
Questa finanza nasce dal basso ed è democratica e spontanea:
anche se è un piatto troppo ghiotto per non essere intercettata
da intermediari di vario genere (non solo bancari), che infatti
applicano commissioni piuttosto alte sui trasferimenti di
denaro. Questa finanza buona è rappresentata dai milioni di
rivoli che costituiscono le rimesse dei migranti di tutto il
mondo inviate nei paesi di origine. Il fenomeno è antico come
l’emigrazione, ma ha assunto negli ultimi tempi dimensioni
gigantesche e mai raggiunte prima. L’Ifad (il Fondo internazionale
per lo sviluppo agricolo) ha calcolato che oggi nel mondo
200 milioni di immigrati sostengono 800 milioni di familiari.
Le persone coinvolte complessivamente da questo fenomeno
sono dunque un miliardo. Il che significa, se si considera l’intera
popolazione mondiale, un essere umano su sette.
L’importanza delle conseguenze sociali, anzitutto in termini
di lotta alla povertà, discende direttamente dalla assoluta rilevanza
delle cifre. L’Ifad calcola che ogni anno i lavoratori
migranti guadagnino tremila miliardi di dollari. L’85% di
questo denaro resta nei paesi ospitanti (e ne alimenta abbondantemente
l’economia). Il restante 15% viene inviato nelle
aree di origine: e nonostante il fatto che questa quota rappresenti
meno dell’1% del prodotto interno lordo dei paesi ospiti,
costituisce un contributo essenziale per il sostegno della parte
meno sviluppata del pianeta.
Se poi si allarga l’orizzonte temporale considerando le previsioni
relative al periodo 2015-2030 si comprende ancora
meglio la valenza di questo fenomeno. I valori in gioco schizzano
alla cifra astronomica di 6.500 miliardi di dollari indirizzati
verso i paesi a basso o medio reddito. Tanto per farsi un’idea:
è oltre il triplo di quanto arriva complessivamente al
mondo in via di sviluppo attraverso gli aiuti ufficiali.
Sollevare obiezioni sull’importanza di questi numeri è quindi
davvero arduo. Ma qualche margine di dubbio potrebbe
riguardare la possibilità di mantenere a lungo ritmi così incalzanti.
L’ipotesi che si tratti di una fiammata dovuta a qualche
causa estemporanea si può tuttavia escludere se si guarda agli
andamenti demografici: “Dal momento che l’età media della
popolazione nei paesi sviluppati è in continuo aumento –
spiega infatti Pedro de Vasconcelos, autore di un approfondito
rapporto Ifad1 – si stima che la richiesta di lavoratori migranti
continuerà a crescere anche nei prossimi anni”.
Le rimesse sono un fenomeno
precipuamente asiatico
Il fiume di denaro delle rimesse è destinato quindi a fluire
copioso per lungo tempo, e con ogni probabilità a incrementarsi
ulteriormente, proseguendo un trend che nel recente passato
è stato molto brillante. Nell’ultimo decennio le rimesse
sono cresciute con una media annuale del 4,2 per cento. Tra il
2007 e il 2016 il flusso annuale è così passato da 296 a 445
miliardi di dollari. L’aumento complessivo delle rimesse nel
periodo ammonta al 51%, mentre i flussi di immigrazione
sono saliti del 28 per cento. Nell’ipotesi – conservativa – di
un mantenimento del ritmo attuale, si stima che nel periodo
2015-2030 i migranti invieranno nei paesi di origine 6.500
miliardi di dollari.
Si tratta, come è evidente, di numeri che meritano massima
attenzione: ma dietro alle cifre nude e crude, pur di entità così
imponenti, ci sono questioni ancora più rilevanti. Sono quelle
che attengono alle tante domande legate a un fenomeno che è
􀀬􀀭􀀬􀀭19 􀀬􀀭􀀬􀀭􀀭􀀭
mondoperaio 9/2017 􀀬􀀭􀀬􀀭􀀬􀀭􀀬􀀭saggi e dibattiti
􀀫􀀫􀀫􀀫􀀭saggi e dibattiti
Il volto umano della globalizzazione
􀀫􀀫􀀫􀀫􀀭 Guido Plutino
Le rimesse dei migranti
1 Sending money home: contributing to the sustainable development
goals, one family at a time.
stato efficacemente definito “il volto umano della globalizzazione”:
a cosa servono esattamente le rimesse? Come vengono
utilizzate da chi le riceve? In quali aree finiscono? Quali
sono gli effetti positivi e i problemi ancora da risolvere? Tentare
di trovare delle risposte porta anche a smascherare la
vacuità di alcuni luoghi comuni.
Chiedersi a cosa servono le rimesse può sembrare inutile. La
risposta più immediata – servono a mantenere sopra la soglia
di indigenza i milioni di persone che le ricevono – è certamente
vera: e tuttavia non esaurisce la questione. I 200 dollari
che in media vengono incassati mensilmente da ogni famiglia
di origine del migrante rappresentano il 60% del suo reddito
complessivo. Servono per tre quarti a coprire i bisogni immediati,
ma il restante 25% viene accantonato per altri scopi
(istruzione dei figli, acquisti importanti, iniziative imprenditoriali
e così via).
Questo comportamento “risparmioso” – per niente scontato in
paesi a basso o medio reddito caratterizzati da situazioni
sociali molto disagiate – apre una serie di riflessioni sulla funzione
di volano dello sviluppo svolta da questo grande fenomeno:
funzione che però risulta attenuata da alcuni squilibri.
Il principale è l’asimmetria nella distribuzione geografica dei
flussi, con una pronunciata concentrazione in alcune aree.
Nonostante il fatto che l’ammontare dei trasferimenti superi i
100 milioni di dollari annui in ben 100 paesi, dall’analisi Ifad
emerge infatti con chiarezza che le rimesse sono un fenomeno
precipuamente asiatico. Qualche numero ancora per sostenere
questa affermazione: considerando i 445 miliardi di dollari
inviati dai migranti nelle zone di origine durante il 2016, più
della metà (il 55%) ha raggiunto la regione Asia-Pacifico (con
Cina e India in prima fila), mentre nell’area America Latina-
Caraibi è stato inviato il 16% dei flussi e un altro 13% ha raggiunto
l’Africa. Oltre alla ripartizione geografica non va trascurata
la distribuzione delle rimesse tra zone urbane (che
raccolgono il 60% del totale) e zone rurali (nelle quali finisce
il restante 40%).
Per evitare che l’esame risulti ancora troppo grezzo è poi
necessario aggiungere almeno altri due elementi: il numero
dei migranti suddivisi per zona di provenienza e l’andamento
delle rimesse nelle diverse aree negli ultimi anni. Il rapporto
Ifad viene ancora una volta in aiuto: “L’Asia è la principale
regione di origine con 77 milioni di migranti, 48 dei quali
restano all’interno dell’area. Negli ultimi dieci anni le rimesse
verso Asia-Pacifico si sono incrementate dell’87%, mentre il
numero di migranti è aumentato solo del 33%”. Quest’ultimo
dato è probabilmente il più interessante, dal momento che
testimonia efficacemente la tendenza a risparmiare e inviare a
casa sempre più denaro. Cosa che avviene anche in altre aree,
ma con intensità nettamente inferiori. L’area America Latina
– Caraibi (da cui provengono 33 milioni di migranti, il 18%
del totale) nel 2016 ha raccolto rimesse per 73 milioni di dollari,
e rispetto a dieci anni fa la crescita è stata del 18 per
cento.
A fianco dell’eccessiva concentrazione geografica c’è poi una
seconda questione, più importante di quello che potrebbe
sembrare a prima vista: i costi di trasferimento delle rimesse.
Anche in questo caso i numeri sono chiari, così come gli
effetti: ma non esistono rimedi semplici a una situazione che
presenta diversi aspetti complessi. Gli alti oneri di trasferimento
sono un problema antico. Vent’anni fa i costi ammontavano
in media al 15% degli importi trasferiti, con punte che
arrivavano al 20%: in pratica inviare a casa 200 dollari
costava al migrante fino a 40 dollari. Da allora si è avviato un
processo di riduzione che ha portato il costo medio a 15 dollari
(il 7,5%). L’obiettivo fissato per il 2030 da Nazioni Unite
e altre organizzazioni internazionali prevede di scendere a un
costo di trasferimento pari al 3% (6 dollari su una rimessa da
200 dollari), con un risparmio complessivo per i migranti di
20 milioni di dollari.
Le banche finora non hanno mostrato grande
interesse a offrire servizi ad hoc per le rimesse
La compressione dei costi è necessaria perché questi rappresentano
un freno all’integrazione economica dei migranti e
quindi all’inclusione sociale. Ma d’altra parte quando si parla
di costi occorre tenere presente che questa etichetta viene
applicata a elementi molto diversi. A fianco delle commissioni
che rappresentano i guadagni degli intermediari si trovano
infatti gli oneri legati alla lotta al riciclaggio di denari
illeciti e al finanziamento del terrorismo, sempre in cerca di
canali poco sorvegliati. E questi oneri non solo sono incomprimibili,
ma risultano in crescita.
Inoltre, se lo sviluppo tecnologico è un buon alleato per la
riduzione dei costi, sull’altro piatto della bilancia pesano sfavorevolmente
alcuni ritardi degli operatori di mercato che si
potrebbero definire “culturali”. Ancora una volta è necessario
chiamare in causa le banche, che finora non hanno mostrato
grande interesse a offrire servizi ad hoc per le rimesse. Le
aziende di credito non sono andate oltre l’applicazione delle
commissioni più elevate previste dal listino, mostrando così
di non avere ancora coscienza del fatto che i migranti rappre-
􀀬􀀭􀀬􀀭20 􀀬􀀭􀀬􀀭􀀭􀀭
mondoperaio 9/2017 􀀬􀀭􀀬􀀭􀀬􀀭􀀬􀀭saggi e dibattiti
sentano un interessante mercato potenziale per la finanza.
Al di là dei servizi di money transfer c’è infatti un mondo
intero da scoprire, e quasi tutto da “colonizzare” con prodotti
e servizi studiati su misura. Secondo valutazioni del rapporto
Ifad sei migranti su dieci accantonano risorse e quattro su
dieci sono titolari di un conto corrente. Manca però il passo
successivo, cioè la disponibilità di prodotti di risparmio adatti
a loro (finanziamenti a breve termine, assicurazioni con caratteristiche
e coperture utili a fronteggiare i rischi tipici dell’incertezza).
Oltre alla possibilità di costruirsi una storia creditizia
per ottenere prestiti a lungo termine.
Senza dubbio per i migranti riuscire a essere considerati
clienti potenziali dell’industria finanziaria è solo una forma
discutibile, grezza e insufficiente di inclusione sociale. Ma –
verrebbe da dire – è sempre meglio di niente. Specialmente se
si riesce a trasformare nel primo passo di un lungo percorso.
􀀬􀀭􀀬􀀭21 􀀬􀀭􀀬􀀭􀀭􀀭
mondoperaio 9/2017 􀀬􀀭􀀬􀀭􀀬􀀭􀀬􀀭saggi e dibattiti

Incontro a sinistra

di Giuseppe Filippi

Ricordate la caduta del muro di Berlino (9 novembre 1989)?
E la trasformazione del PCI in PDS (3 febbraio 1991 a Rimini a conclusione del XX Congresso del Partito Comunista Italiano)? Ricordate come, da molte parti, venne chiesto all’allora PDS di “fare i conti con la propria storia”? Perché, si disse, non bastava cambiare semplicemente il nome, o iscriversi all’Internazionale Socialista, per cancellare quasi 70 anni di adesione al comunismo sovietico. E ancora, ricordate la metamorfosi dei comunisti in “democratici di sinistra” nel 1998? Continua a leggere

La crisi dell’Europa

di Giuseppe Filippi

Dal momento dell’istituzione dell’Europa molto è stato fatto.
E’ stata rafforzata la coesione tra gli stati membri. Sono stati rafforzati gli organismi
comunitari e l’armonizzazione del mercato comune, ma molto resta ancora da fare sul
piano politico.
Le strutture europee, tuttavia, nel loro insieme, sono ancora troppo fragili e necessitano
di una rivisitazione dei compiti e dei poteri. Gli stati membri debbono comprendere che
cedere parte della loro sovranità non è una diminutio ma un rafforzamento delle difese,
dell’Unione e dei singoli stati. Continua a leggere

La crisi dell’Euro e lo spread che attanaglia gli italiani

di Giuseppe Filippi

Oggi i paesi afflitti e attaccati dalla speculazione finanziaria internazionale (Grecia,
Spagna, Portogallo e Italia), stanno pagando sostanzialmente anni di scelerata politica
della spesa pubblica, andata fuori controllo.
A ciò deve aggiungersi la mancata capacità di adeguarsi al nuovo contesto della
globalizzazione, dell’introduzione dell’euro e delle sfide di efficientamento che queste
due novità hanno comportato.
Questi paesi hanno mantenuto, o addirittura peggiorato, il rapporto debito pubblico-PIL
e non hanno colto la sfida competitiva mondiale alla quale le imprese e i sistemi paese
sono stati chiamati. Continua a leggere