DAI LEPINI ALL’OLANDA
Di Giuseppe Filippi

(Tipici mulini a vento olandesi)
Partendo da Norma per andare verso l’aeroporto di Fiumicino, ho fatto la strada che va verso Cori. Da qui si domina una vasta veduta dei Monti Lepini e si notano anche le vecchie ferite degli incendi estivi e dei tanti terreni lasciati incolti e preda di rovi secchi che in estate diventano un acceleratore per gli incendi.
È chiaro che i terreni vengono abbandonati perché spesso sono impervi e privi dell’acqua per poter essere adeguatamente coltivati. È anche evidente che se vi fossero dei bacini di raccolta questa situazione potrebbe essere mitigata e consentirebbe, a quanti desiderano coltivare la terra, di renderle più fertili e lussureggianti.
Con questi pensieri nella testa mi sono lasciato alle spalle i Monti Lepini e dopo un’ora circa mi sono imbarcato all’aeroporto per l’Olanda.
L’Olanda, meglio sarebbe dire i Paesi Bassi, e il suo territorio ci offrono tutta una serie di spunti su come si potrebbe mitigare il problema delle emissioni di CO2, del riscaldamento della terra, della produzione di energia tramite gli impianti eolici. Le pale eoliche, le hanno impiantate oltre che sulla terra ferma anche in mezzo al mare. I pannelli fotovoltaici li hanno installati su quasi tutti i tetti delle abitazioni, specie nei centri minori e rurali. È possibile inoltre vedere cosa si potrebbe fare delle acque meteoriche e di quelle reflue scaricate dalle civili abitazioni e allo stesso tempo ammirare come il paesaggio sembri una cartolina perfetta che esalta l’ambiente.
C’è un vecchio adagio che recita: “Dio ha creato l’universo, gli olandesi hanno creato l’Olanda”. Come si sa, è un paese che galleggia letteralmente sull’acqua. Era una grande palude che, grazie all’opera sapiente e tenace degli olandesi, è stata trasformata nel secondo paese al mondo per esportazione di prodotti agro-alimentari con un volume complessivo di 95,4 miliardi di dollari, subito dopo gli USA. È un paese che non finisce mai di stupirti, gli olandesi, tra l’altro detengono anche un primato: sono il popolo più alto al mondo. Le ragioni vengono variamente spiegate ma è certo che, se vai in un cinema o a vedere uno spettacolo all’aperto, è molto probabile che vedrai soprattutto la nuca di chi ti sta davanti.
Durante il mio breve viaggio in Olanda ho potuto ammirare un paesaggio iconico: una distesa livellata e ordinata fatta di canali, campi verdi, mulini a vento e dossi. Gran parte di queste terre un tempo era paludosa, allagata o sommersa dal mare. Oggi però è stabile, coltivabile e densamente popolata: metà dei terreni ottenuti tramite bonifica in tutta Europa si trova proprio nei Paesi Bassi.

(L’Afsluitdijk, lungo 32 km, separa l’ IJsselmeer (a destra) dal Mare dei Wadden (a sinistra), proteggendo migliaia di km quadrati di territorio)
(Amsterdam – La casa di Anna Frank)

(Tipico parco olandese con fiori coloratissimi)
Fra il X e il XI secolo, vaste aree costiere olandesi erano paludi torbose dominate da acqua salmastra e fiumi che sfociavano nel Mare del Nord. Man mano che la torba veniva estratta per essere usata come combustibile, il suolo sprofondava e aumentava il rischio di inondazioni.
Per sopravvivere a questi ambienti ostili, gli abitanti inizialmente costruivano “terpen” — dossi artificiali su cui edificare villaggi, risalenti perfino al 500 a.C. Con la bonifica hanno trasformato le paludi e dal XII secolo si iniziarono a sperimentare dighe, canalizzazioni e drenaggi. I primi “polders” (terre basse, spesso ex tratti di mare, laghi o paludi, che sono state prosciugate e protette dalle acque tramite dighe e sistemi di drenaggio) sorsero attorno alla città di Bruges in Belgio, ma furono gli olandesi a perfezionare la tecnica nei secoli successivi. Meraviglia che vale la pena visitare, diventata patrimonio dell’Unesco, è il polder di Beemster, il più antico dell’Olanda, realizzato agli inizi del 1600. In quegli anni si andò diffondendo il fenomeno noto come “Great Reclamation” che durò circa 300 anni: monaci e signori locali promuovevano la bonifica dei terreni, assegnandoli ai contadini che li pulivano e ne curavano la manutenzione dei canali e delle sponde.
In passato i mulini a vento (dal XV secolo) facevano funzionare pompe ad argano per estrarre l’acqua; tra la fine del Settecento e l’Ottocento arrivarono le idrovore a vapore, poi quelle elettriche.
Dalle paludi si è passati alle città e un ruolo importante lo hanno avuto l’acqua e le bonifiche. Tant’è che le città i cui nomi finiscono per -dam significano la diga su un dato fiume o canale (es. Amsterdam, la diga sul fiume Amstel).
Oggi, è bellissimo poter visitare città come Amsterdam e Rotterdam che sono sorte su terreni precedentemente paludosi. Sono state nel tempo bonificate e costruite grazie ai sistemi di drenaggio e di dighe. Ad esempio, grazie al faraonico progetto del Zuiderzeewerken (iniziato nel XX secolo) è stata trasformata la grande insenatura dello Zuiderzee in un lago d’acqua dolce (l’IJsselmeer), creando nuovi polder—come Flevoland, la più grande isola artificiale del mondo, considerata un prodigio dell’ingegneria e ritenuta una delle sette meraviglie del creato.
Durante il viaggio, ho avuto modo di visitare diverse città costruite nei polder, pianificati nei minimi dettagli, separati da canali e dighe. Ho provato il silenzio surreale delle pianure che sono sotto il livello del mare, interrotte solo dalle pale dei mulini a vento e dal verso degli uccelli acquatici sul bordo dei canneti. Osservare il paesaggio mi ha permesso di capire quanto gli olandesi hanno modellato la natura: l’acqua non solo portatrice di devastazione, ma anche strumento vitale per creare uno spazio abitabile.
Chi visita oggi l’Olanda vede prati verdeggianti, canali ben curati, villaggi pittoreschi e città densamente costruite. Ma ciò che stupisce veramente è che gran parte di quel territorio è stato originariamente paludoso ed ha richiesto secoli di bonifiche e drenaggi continui; ha trasformato l’acqua in risorsa attraverso dighe, pompe e mulini. Ha creato una cultura cooperativa (attraverso i waterschappen, i consorzi idrici) e un’identità nazionale legata alla lotta per contenere l’acqua (il celebre “polder model”).
Parlando con gli olandesi capisci come tutto ciò sia stato possibile. Non solo per l’abnegazione e l’inventiva che hanno profuso per la cura del loro territorio, ma essenzialmente per il grande senso pragmatico che hanno. Realizzano e portano a termine cose che servono, che funzionano, che rendono la vita degli abitanti migliore.
Chissà se un esempio come quello olandese ci potrebbe illuminare, qui sui Monti Lepini, per gestire in maniera più efficiente le nostre acque, sia quelle potabili che quelle meteoriche e reflue? Magari costruendo qualche diga per la raccolta delle acque meteoriche che scendono dalle nostre montagne e gestendo in modo più efficiente l’acqua delle nostre sorgenti.

(La città di Utrecht – Vista notturna su un canale)

(Beemester – Tipico villaggio costruito su un polder)
Comunque, una cosa è certa: visitare l’Olanda è un’esperienza avvincente e vale la pena viverla.
Settembre 2025