Dai Lepini all’Olanda

DAI LEPINI ALL’OLANDA

Di Giuseppe Filippi

 

(Tipici mulini a vento olandesi)

Partendo da Norma per andare verso l’aeroporto di Fiumicino, ho fatto la strada che va verso Cori. Da qui si domina una vasta veduta dei Monti Lepini e si notano anche le vecchie ferite degli incendi estivi e dei tanti terreni lasciati incolti e preda di rovi secchi che in estate diventano un acceleratore per gli incendi.

È chiaro che i terreni vengono abbandonati perché spesso sono impervi e privi dell’acqua per poter essere adeguatamente coltivati. È anche evidente che se vi fossero dei bacini di raccolta questa situazione potrebbe essere mitigata e consentirebbe, a quanti desiderano coltivare la terra, di renderle più fertili e lussureggianti.

Con questi pensieri nella testa mi sono lasciato alle spalle i Monti Lepini e dopo un’ora circa mi sono imbarcato all’aeroporto per l’Olanda.

L’Olanda, meglio sarebbe dire i Paesi Bassi, e il suo territorio ci offrono tutta una serie di spunti su come si potrebbe mitigare il problema delle emissioni di CO2, del riscaldamento della terra, della produzione di energia tramite gli impianti eolici.  Le pale eoliche, le hanno impiantate oltre che sulla terra ferma anche in mezzo al mare. I pannelli fotovoltaici li hanno installati su quasi tutti i tetti delle abitazioni, specie nei centri minori e rurali. È possibile inoltre vedere cosa si potrebbe fare delle acque meteoriche e di quelle reflue scaricate dalle civili abitazioni e allo stesso tempo ammirare come il paesaggio sembri una cartolina perfetta che esalta l’ambiente.

C’è un vecchio adagio che recita: “Dio ha creato l’universo, gli olandesi hanno creato l’Olanda”. Come si sa, è un paese che galleggia letteralmente sull’acqua. Era una grande palude che, grazie all’opera sapiente e tenace degli olandesi, è stata trasformata nel secondo paese al mondo per esportazione di prodotti agro-alimentari con un volume complessivo di 95,4 miliardi di dollari, subito dopo gli USA. È un paese che non finisce mai di stupirti, gli olandesi, tra l’altro detengono anche un primato: sono il popolo più alto al mondo. Le ragioni vengono variamente spiegate ma è certo che, se vai in un cinema o a vedere uno spettacolo all’aperto, è molto probabile che vedrai soprattutto la nuca di chi ti sta davanti.

Durante il mio breve viaggio in Olanda ho potuto ammirare un paesaggio iconico: una distesa livellata e ordinata fatta di canali, campi verdi, mulini a vento e dossi. Gran parte di queste terre un tempo era paludosa, allagata o sommersa dal mare. Oggi però è stabile, coltivabile e densamente popolata: metà dei terreni ottenuti tramite bonifica in tutta Europa si trova proprio nei Paesi Bassi.

(L’Afsluitdijk, lungo 32 km, separa l’ IJsselmeer (a destra) dal Mare dei Wadden (a sinistra), proteggendo migliaia di km quadrati di territorio)

(Amsterdam – La casa di Anna Frank)

(Tipico parco olandese con fiori coloratissimi)

Fra il X e il XI secolo, vaste aree costiere olandesi erano paludi torbose dominate da acqua salmastra e fiumi che sfociavano nel Mare del Nord. Man mano che la torba veniva estratta per essere usata come combustibile, il suolo sprofondava e aumentava il rischio di inondazioni.

Per sopravvivere a questi ambienti ostili, gli abitanti inizialmente costruivano “terpen” — dossi artificiali su cui edificare villaggi, risalenti perfino al 500 a.C. Con la bonifica hanno trasformato le paludi e dal XII secolo si iniziarono a sperimentare dighe, canalizzazioni e drenaggi. I primi “polders” (terre basse, spesso ex tratti di mare, laghi o paludi, che sono state prosciugate e protette dalle acque tramite dighe e sistemi di drenaggio) sorsero attorno alla città di Bruges in Belgio, ma furono gli olandesi a perfezionare la tecnica nei secoli successivi. Meraviglia che vale la pena visitare, diventata patrimonio dell’Unesco, è il polder di Beemster, il più antico dell’Olanda, realizzato agli inizi del 1600. In quegli anni si andò diffondendo il fenomeno noto come “Great Reclamation” che durò circa 300 anni: monaci e signori locali promuovevano la bonifica dei terreni, assegnandoli ai contadini che li pulivano e ne curavano la manutenzione dei canali e delle sponde.

In passato i mulini a vento (dal XV secolo) facevano funzionare pompe ad argano per estrarre l’acqua; tra la fine del Settecento e l’Ottocento arrivarono le idrovore a vapore, poi quelle elettriche.

Dalle paludi si è passati alle città e un ruolo importante lo hanno avuto l’acqua e le bonifiche. Tant’è che le città i cui nomi finiscono per -dam significano la diga su un dato fiume o canale (es. Amsterdam, la diga sul fiume Amstel).

Oggi, è bellissimo poter visitare città come Amsterdam e Rotterdam che sono sorte su terreni precedentemente paludosi. Sono state nel tempo bonificate e costruite grazie ai sistemi di drenaggio e di dighe. Ad esempio, grazie al faraonico progetto del Zuiderzeewerken (iniziato nel XX secolo) è stata trasformata la grande insenatura dello Zuiderzee in un lago d’acqua dolce (l’IJsselmeer), creando nuovi polder—come Flevoland, la più grande isola artificiale del mondo, considerata un prodigio dell’ingegneria e ritenuta una delle sette meraviglie del creato.

Durante il viaggio, ho avuto modo di visitare diverse città costruite nei polder, pianificati nei minimi dettagli, separati da canali e dighe. Ho provato il silenzio surreale delle pianure che sono sotto il livello del mare, interrotte solo dalle pale dei mulini a vento e dal verso degli uccelli acquatici sul bordo dei canneti. Osservare il paesaggio mi ha permesso di capire quanto gli olandesi hanno modellato la natura: l’acqua non solo portatrice di devastazione, ma anche strumento vitale per creare uno spazio abitabile.

Chi visita oggi l’Olanda vede prati verdeggianti, canali ben curati, villaggi pittoreschi e città densamente costruite. Ma ciò che stupisce veramente è che gran parte di quel territorio è stato originariamente paludoso ed ha richiesto secoli di bonifiche e drenaggi continui; ha trasformato l’acqua in risorsa attraverso dighe, pompe e mulini. Ha creato una cultura cooperativa (attraverso i waterschappen, i consorzi idrici) e un’identità nazionale legata alla lotta per contenere l’acqua (il celebre “polder model”).

Parlando con gli olandesi capisci come tutto ciò sia stato possibile. Non solo per l’abnegazione e l’inventiva che hanno profuso per la cura del loro territorio, ma essenzialmente per il grande senso pragmatico che hanno. Realizzano e portano a termine cose che servono, che funzionano, che rendono la vita degli abitanti migliore.

Chissà se un esempio come quello olandese ci potrebbe illuminare, qui sui Monti Lepini, per gestire in maniera più efficiente le nostre acque, sia quelle potabili che quelle meteoriche e reflue? Magari costruendo qualche diga per la raccolta delle acque meteoriche che scendono dalle nostre montagne e gestendo in modo più efficiente l’acqua delle nostre sorgenti.

(La città di Utrecht – Vista notturna su un canale)

(Beemester – Tipico villaggio costruito su un polder)

Comunque, una cosa è certa: visitare l’Olanda è un’esperienza avvincente e vale la pena viverla.

Settembre 2025

Capitale italiana della Cultura, 17 le città candidate

Il Ministero della Cultura rende noto che sono 17 le città che hanno perfezionato la propria candidatura a Capitale italiana della Cultura 2027, dopo aver presentato la proposta progettuale entro la scadenza del 26 settembre prevista dal bando.

Di seguito l’elenco delle città con il relativo titolo del dossier:

1.       Acerra (provincia di Napoli, Campania) “I Segreti di Pulcinella”

2.       Aiello Calabro (provincia di Cosenza, Calabria) “Ajello terra antica et grossa et nobile et civile…”

3.       Alberobello (provincia di Bari, Puglia) “Pietramadre”

4.       Aliano (provincia di Matera, Basilicata) “Terra dell’altrove”

5.       Brindisi (Puglia) “Navigare il futuro”

6.       Caiazzo (provincia di Caserta, Campania) “La bellezza delle piccole cose”

7.       Gallipoli (provincia di Lecce, Puglia) “La bella tra terra e mare”

8.       La Spezia (Liguria) “Una cultura come il mare”

9.       Mazzarino (provincia di Caltanissetta, Sicilia) “Mazaris, il grano e le identità plurali”

10.   Morano Calabro (provincia di Cosenza, Calabria) “Morano Calabro: Le Quattro Porte del Sapere. Un Viaggio tra Cultura, Scienza, Natura e Spiritualità”

11.   Pompei (provincia di Napoli, Campania) “Pompei Continuum”

12.   Pordenone (Friuli Venezia Giulia) “Pordenone 2027. Città che sorprende”

13.   Reggio Calabria (Calabria) “Cuore del Mediterraneo”

14.   Sant’Andrea di Conza (provincia di Avellino, Campania) “Incontro tempo”

15.   Santa Maria Capua Vetere (provincia di Caserta, Campania) “Cultura Regina Viarum – Spartacus Resurgit”

16.   Savona (Liguria) “Nuove rotte per la cultura”

17.   Taverna (provincia di Catanzaro, Calabria) “Bellezza interiore”

I dossier, che contengono il progetto culturale della durata di un anno, inclusivo del dettaglio del cronoprogramma e delle singole attività previste oltre che della valutazione di sostenibilità economico-finanziaria, saranno valutati da una giuria di esperti che esaminerà le candidature e selezionerà un massimo di dieci finaliste entro il 12 dicembre 2024.

Tra le finaliste verrà scelta la città vincitrice per il 2027 dopo le audizioni pubbliche, che dovranno svolgersi entro il 12 marzo 2025, per la presentazione e l’approfondimento del dossier di candidatura alla giuria.

La proclamazione della Capitale italiana della Cultura si terrà entro il 28 marzo 2025.

La vincitrice riceverà un contributo finanziario di un milione di euro per realizzare gli obiettivi perseguiti dal progetto di candidatura e far diventare il dossier un programma di azione per mettere in mostra, nel periodo di un anno, la propria ricchezza culturale e attuare le possibilità di sviluppo offerte dalla nomina.

 

Roma, 28 settembre 2024
Ufficio Stampa e Comunicazione MiC

ACCORDO DI COLLABORAZIONE TRA L’ICEPS E LA MUNICIPALITA’ DI SHENZHEN.

Il 18 settembre a Roma, presso l’auditorium dell’Università San Domenico si è tenuto un evento di particolare rilievo per le aziende italiane interessate a sviluppare rapporti
commerciali ed economici con la Cina. L’iniziativa promossa e organizzata dall’Iceps e dalla Municipalità di Shenzhen in collaborazione con Confcommercio Roma,, IMIT, Simest, invest Hong Kong, ha segnato la prima visita ufficiale in Italia di una delegazione imprenditoriale proveniente da Shenzhen, la città simbolo dell’innovazione tecnologica cinese e uno dei principali hub economici asiatici.

Shenzhen, con i suoi oltre 20 milioni di abitanti, è un vero e proprio motore economico. Situata nella Greater Bay Area, che include anche Hong Kong, Guangzhou e altre
otto città del sud della Cina, ha un PIL comparabile a quello di nazioni come Spagna e Australia, rappresentando una delle aree più produttive e dinamiche del mondo.

L’evento romano ha rappresentato un’occasione senza precedenti per le aziende italiane, che hanno avuto l’opportunità di incontrare direttamente i rappresentanti dei
principali cluster economici di Shenzhen e della Greater Bay Area.
Lo scopo dell’incontro è stato quello di avviare nuove forme di cooperazione commerciale e tecnologica tra i due paesi, sfruttando le potenzialità del Made in Italy e la forza economica e finanziaria della città cinese.

https://iceps.it/accordo-tra-liceps-e-la-municipalita-di-shenzhen/

 

Piattaforma Italiana degli attori per l’Economia Circolare

https://www.icesp.it/

ICESP nasce per far convergere iniziative, condividere esperienze, evidenziare criticità ed indicare prospettive al fine di rappresentare in
Europa le specificità italiane in tema di economia circolare e di promuovere l’economia circolare in Italia attraverso specifiche azioni
dedicate.

ICESP è promosso da ENEA come iniziativa speculare e integrata a ECESP, Piattaforma Europea per l’Economia Circolare, con l’obiettivo di diffondere la conoscenza dell’economia circolare, mappare le buone pratiche di economia circolare e favorire il dialogo multistakeholder.

circular economy forum

ICESP al Re-think Circular Economy Forum – Taranto 2024

Dal 2 al 4 ottobre 2024 ICESP partecipa all’evento “Re-think Circular Economy Forum” di Taranto dedicato a tre principali aree tematiche: Transizione energetica & mobilità sostenibile, Valorizzazione delle acque & blue economy, Valorizzazione dei materiali & dei residui.

Villa De Sanctis – Roma – Rigenerazione urbana

Il progetto di rigenerazione urbana di Villa De Sanctis a Roma, ha visto il sostegno di Archetra all’Associazione culturale I CICLOPI, che ha realizzato due interventi nel quartiere che hanno dato nome e concept al progetto. L’intervento si compone di due opere distinte, la prima costituita da un intervento di street art e la seconda costituita da un’istallazione di design urbano. L’opera di street art consiste nella riproposizione astratta di alcuni scorci degli edifici del quartiere progettati negli anni ’60 da Ludovico Quaroni. Il murale, invece, vuole essere un omaggio alla storia di un quartiere che rappresenta il simbolo dell’edilizia sovvenzionata della città di Roma.

Per questo motivo, il volume presente al centro della piazza principale vuole rappresentare la convergenza del quartiere nel cuore della vita collettiva. 

Il secondo intervento consiste nell’istallazione di alcune tubazioni utilizzate come vasi per piante. Quest’opera vuole rappresentare l’unione tra gli elementi utilizzati nell’edilizia e il verde urbano.

VILLA DE SANCTIS – URBAN REGENERATION

 

Commissione Ue, Silvia Costa: ruolo cultura e creatività appare indebolito

19 settembre 2024

“Mi sembra molto indebolito nella Commissione europea il ruolo della Cultura e della creatività, separato per la prima volta dalla filiera della Educazione e messa come secondo titolo delle competenze (Equità intergenerazionale, cultura, giovani, sport) affidate al Commissario maltese Glenn Micalleff (un giovane funzionario, già capo della segreteria del primo ministro Abela). Sarà importante valutare quali effettivi programmi, budget e quali DG afferiranno a questo Commissario e soprattutto se sarà mantenuto l’approccio trasversale che abbiamo conquistato in Europa grazie soprattutto al Parlamento europeo con la ricerca, le Imprese culturali e creative, i fondi triturati e la diplomazia culturale”. E’ il commento di Silvia Costa, già presidente della Commissione Cultura del Parlamento europeo dal 2014 al 2017, all’indomani dell’annuncio da parte della presidente della commissione Europea, Ursula von der Leyen, del nuovo commissario che avrà tra le deleghe anche quella della cultura. “Tale indebolimento del settore culturale rischia di creare inoltre ancora maggiore squilibrio, anche come budget, nell’ambito della gestione del programma Europa Creativa che riunisce cultura, e Media e audiovisivo che invece va alla DG Connect”.

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Senza regole la libertà diventa flebile

23 settembre 2024

(Riflessioni del 2013 che mi sembrano ancora attuali)

Molte volte ho pensato di riflettere su questo tema, visto che viviamo in un paese ove sembra che la sconfinata discrezionalità da parte di chi esercita il potere, sia pubblico che privato, consenta ampi, anzi troppi, spazi di libertà. In realtà si tratta quasi sempre di arbitrio, soprattutto la dove le regole non esistono o, se esistono, vengono sistematicamente ignorate da parte di chi si sente intoccabile, potente, insomma chi esercita il potere.

L’Italia, intimamente è un Paese che ama infrangere le regole. Il detto “fatta la legge, trovato l’inganno” spiega magistralmente il modo di pensare e di agire degli italiani.

Infatti, un insigne magistrato ebbe a dire “L’Italia ha un sistema di leggi estremamente rigido e complesso mitigato però dall’inosservanza dei cittadini”.

Dunque, se le regole sono “deboli” o disattese, o troppo elastiche, per chi deve sottostare al potere si riducono inevitabilmente i margini di libertà. Si ridimensionano soprattutto la libertà di partecipare ai processi decisionali, la libertà di critica e quella di manifestare il proprio pensiero. Per non parlare della libertà di agire, manifestare o aggregare cittadini a progetti nuovi, che tendenzialmente potrebbero mettono in discussione la pratica corrente di esercizio del potere ai vari livelli.

Questo avviene perché i cittadini, e il Paese, sono in larga parte condizionabili, se non addirittura ricattabili, quando sono sotto il diretto controllo di chi esercita un potere, sia esso pubblico o privato. Lo sono i dipendenti pubblici, quelli privati, i lavoratori autonomi, i professionisti e le imprese che da questi potenti ricevono lavoro, incarichi ed appalti. Insomma, un Paese imbavagliato, che non trova né la forza né la volontà di reagire. E non è un caso che il Paese, da circa venti anni, si trova in una situazione di drammatica cloroformizzazione, salvo qualche raro accenno di reazione causato dalle onde d’urto del “dipietrismo” prima e dal “grillismo” dopo.

Se questa è la situazione c’è da chiedersi: ma in che posto viviamo? È questa la democrazia che vogliono i cittadini? La risposta è sicuramente no. Ma la realtà è che tutti si piegano alla forza “bruta” del potere e, molto spesso, addirittura la condividono, complici, in silenzio, affinché ne possano beneficiare a scapito di qualcun altro.

E dunque viviamo in un paese dove la libertà ci è stata tolta, o ci viene di fatto negata, senza far ricorso ad alcuna violenza, a nessun’arma. Ci hanno semplicemente anestetizzato i cervelli e gli animi. Aspettiamo passivamente che qualcuno al posto nostro cambi la situazione, faccia qualcosa di risolutivo, che arrivi come al solito “l’uomo mandato dalla Provvidenza”.

Su questo, si sa! dovremmo stare particolarmente attenti, visti i due “ventenni” che l’Italia ha avuto la sventura di sopportare: quello mussoliniano e quello berlusconiano.

Oggi volevo riprendere a scrivere sul tema della libertà, vista anche la celebrazione di ieri della Festa della Repubblica.

Volevo iniziare a farlo riprendendo con degli interrogativi, quali:

  • Cos’è la libertà?
  • Cosa ho fatto per la mia libertà e quella degli altri?
  • Qual è il prezzo della libertà?
  • Si può parlare di libertà se non si è liberi di scegliere?
  • Si può parlare di libertà quando non c’è lavoro?
  • Si può parlare di libertà quando esercitarla può equivalere ad essere, rimossi, licenziati, emarginati?
  • C’è libertà quando si possono scrivere qualunque tipo di scemenze su internet?
  • E’ libertà poter scrivere liberamente qualsiasi tipo di riflessione su un proprio quaderno stando rinchiuso ingiustamente in un carcere?
  • Si è veramente liberi, quando non si può accedere liberamente agli studi e alla propria formazione, ai mezzi d’informazione e di comunicazione che influenzano effettivamente la pubblica opinione?
  • Si è realmente liberi quando non si hanno più soggetti e luoghi fisici all’interno dei quali poter partecipare attivamente e liberamente alla vita democratica del proprio Paese?
  • Si è davvero liberi quando in un Paese, che si definisce democratico come l’Italia, non è garantita la libertà di associazione tra cittadini?
  • Si è liberi quando si viene spinti ad abbandonare il proprio paese per trovare un futuro che dia sicurezza economica e sociale?
  • Si è liberi quando si vive in un Paese dove le generazioni precedenti si accaparrano e si sono accaparrate anche in passato tutte le risorse disponibili per il welfare state e per lo sviluppo, in nome del motto “I diritti acquisiti non si toccano”?
  • E’ un Paese libero quello dove non si riesce minimamente a sviluppare un forte senso della solidarietà e dell’alleanza tra nuove e vecchie generazioni?
  • E’ libero il Paese dove il più forte, il più protetto, fino al limite del privilegio, prevale sempre sul più debole, dove si fanno “guerre tra poveri”?

Poi, però, mi sono imbattuto in due video che mi hanno inviato degli amici.

In uno c’è la lettera di Einstein alla figlia e parla dell’AMORE, in un altro della dedizione delle MAMME ai figli…. E sono rimasto spiazzato, perché ti accorgi che alla base di tutto c’è proprio questa forza prodigiosa, straordinaria e sottovalutata dagli uomini e dalla scienza, come affermava Einstein!

Che dire il confronto è aperto.

Giuseppe Filippi

G7 Agricoltura, il 24/9 focus su patrimonio culturale immateriale agroalimentare

Nel contesto del G7 Agricoltura, martedì 24 settembre, presso la Camera di Commercio di Siracusa, si terrà l’incontro “La valorizzazione del patrimonio culturale immateriale agroalimentare. Il progetto GeCA e i PAT come motore di sviluppo”. L’incontro, promosso dalla Consulta Nazionale Distretti del Cibo e dall’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale del Ministero della Cultura sarà focalizzato su due diversi strumenti di valorizzazione del patrimonio culturale agroalimentare: il Geoportale della Cultura Alimentare (GeCA) e i PAT, ossia i Prodotti Agroalimentari della Tradizione. Il primo è un progetto digitale ideato, sviluppato e sostenuto dall’Istituto: la piattaforma del Geoportale della Cultura Alimentare (www.culturalimentare.beniculturali.it) nasce dalla visione, dal proposito di raccogliere dati sul tesoro di esperienze, storie, tradizioni e “saper fare” che costituiscono il patrimonio culturale che in Italia, nel corso dei millenni, si è sedimentato intorno al cibo e al mangiare. In questo modo il cibo diventa elemento trasversale che permette di riunire in un unico spazio di racconto e scoperta racconti legati all’ambito agroalimentare e a tutto ciò che intorno ad esso ruota: produzione agricola, trasformazione, lingue, colori, leggende, giochi.

Imprese culturali e creative: Sottosegretario Borgonzoni, “Per noi realtà fondamentali, in arrivo altri fondi MiC”

«Le imprese culturali e creative sono sempre più centrali nelle politiche del Ministero. Rappresentano la base della nostra cultura e un importante motore di crescita sia culturale che economica del Paese. Dopo i 40 milioni di euro investiti insieme al Ministero dello Sviluppo economico – dove vedremo riconosciuto per la prima volta l’artigianato artistico, mentre per quanto riguarda la moda sono state inserite anche le specificità fino ad oggi escluse – e il bando in uscita da 155 milioni di euro per la digitalizzazione e la transizione verde dell’intera filiera, vi sarà un finanziamento legato ai Borghi del valore di 200 milioni di euro, a cui queste imprese potranno accedere presentando progetti di rigenerazione culturale e sociale. Stiamo lavorando inoltre già da mesi insieme al Mur al sostegno di una cordata italiana che ha risposto al bando dell’Unione Europea per l’istituzione della prima Comunità di conoscenza ed innovazione dedicata alle Industrie Culturali e Creative cui sono destinati 150 milioni di euro nella programmazione 2021-2027». Così il Sottosegretario di Stato per la Cultura Lucia Borgonzoni.

L’Europa nel ricordo di Stefano Rodotà

di Stefano Rodotà, da Repubblica, 9 Gennaio 2014

Nel suo gran libro su La crisi della coscienza europea dal 1680 al 1715, Paul Hazard ebbe a definire l’Europa come “un pensiero che mai si accontenta”. Oggi, prigioniera di una crisi senza precedenti, l’Unione europea si accontenta di politiche economiche restrittive, quasi una frontiera invalicabile. Questa è l’Europa degli anni che viviamo. Nella quale sono deboli i tentativi di colmare il deficit di democrazia segnalato da Jacques Delors. Ed essa è scivolata verso un deficit di legittimità, che è alla base della crescente sfiducia dei cittadini, delle spinte verso la rinazionalizzazione, dell’abbandono di valori e principi dell’Unione come accade in Ungheria.

Vi era stato un momento in cui questo rischio era stato individuato, e s’era imboccata la via per contrastarlo. Nel 1999, il Consiglio europeo aveva aperto una fase costituente, affidando ad una Convenzione il compito di scrivere una carta dei diritti. La ragione di questa scelta era netta: “La tutela dei diritti fondamentali costituisce un principio fondatore dell’Unione europea e il presupposto indispensabile della sua legittimità. Allo stato attuale dello sviluppo dell’Unione, è necessario elaborare una Carta di tali diritti al fine di sancirne in modo visibile l’importanza capitale e la portata per i cittadini dell’Unione”. Si manifestava così la consapevolezza che la costruzione dell’Europa affidata solo al mercato avesse esaurito le sue risorse. che la sua piena legittimità esigesse ormai una centralità dei diritti. Ritroviamo qui l’eco lontana dell’articolo 16 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789: “la società nella quale non è assicurata la garanzia dei diritti, e non è determinata la divisione dei poteri, non ha Costituzione”. Quel che sta accadendo nell’Unione europea è appunto questo — una decostituzionalizzazione. Il suo sistema è stato amputato della Carta dei diritti fondamentali, del suo Bill of Rights, che pure, com’è scritto nell’articolo 6 del Trattato di Lisbona, “ha lo stesso valore giuridico dei trattati”. Cogliendo questo spirito, addirittura quando la Carta non era vincolante, l’allora presidente Romano Prodi dichiarò subito che “Parlamento e Commissione hanno già fatto sapere che intendono applicare integralmente la Carta”. Proposito ribadito e reso più impegnativo da successive comunicazioni della Commissione.

Oggi l’orizzonte è mutato, l’Unione agisce come se la Carta non vi fosse, nega ai cittadini il valore aggiunto ad essa affidato proprio per acquisire legittimità attraverso la loro adesione, e muta i cittadini da attori del processo europeo in puri spettatori, impotenti e sfiduciati di fronte all’arrivo da Bruxelles di imposizione di sacrifici e non di garanzie dei diritti. V’è in tutto questo una contraddizione, un abbandono della logica che volle il passaggio dell’espressione “Mercato unico” a “Unione europea”, che avrebbe dovuto avvicinare istituzioni e cittadini, e questi tra loro. E vi è pure un abbandono di quanto è scritto nel Preambolo della Carta, dove si afferma l’Unione “pone la persona al centro della sua azione”.

Una “costituzione finanziaria” ha sostituito tutto questo, e dunque da qui bisogna ripartire, anche perché si è diffusa la consapevolezza dei guasti provocati da una sua assunzione acritica. Questo dovrebbe essere il tema centrale delle imminenti elezioni europee. Altrimenti finirà che, sul versante degli europeisti, prendano il sopravvento le lamentazioni contro i populismi antieuropei, quelli che l’Economist chiama la “Europa dei Tea Parties”, mentre bisogna guardare a fondo nelle loro ragioni e produrre gli anticorpi necessari. E questo può avvenire solo se si ricompone il contesto costituzionale europeo, reintegrandolo con la Carta, anche per riprendere un diverso filo della stessa discussione economica. Così acquisterà chiarezza anche l’obiettivo di avere più Europa politica. Per fare che cosa? Rendere ancora più stringente la logica economica? O ridare fiato ad un pensiero che non si accontenta di questo inquietante riduzionismo?

Partire dall’Europa, allora, non è un parlar d’altro, un tentativo di eludere le specifiche questioni italiane. È un passaggio obbligato proprio per definire meglio le responsabilità nazionali, oggi frammentate tra difficoltà ed egoismi dei singoli Stati, per affrontare senza reticenze non l’antieuropeismo spicciolo di chi cercherà di lucrare qualche consenso alle prossime elezioni, ma l’obiezione radicale di chi, da ultimo Wolfgang Streeck, vede ormai nell’Unione europea l’epicentro della “colonizzazione capitalistica”. La replica di Juergen Habermas a questa tesi può anche apparire non del tutto convincente, ma coglie un punto di verità quando segnala il rischio di “una rinuncia disfattista al progetto europeo”, che non aprirebbe la via a una Europa rinazionalizzata, ma manterrebbe al centro proprio le distruttive dinamiche della pura austerità. L’ipotesi è quella di democratizzare il sistema delle istituzioni europee, intervenendo sui trattati. Ma questa strategia sarebbe monca e debole se rimanesse fuori la revisione della nuova costituzione economica e, soprattutto, se si ignorasse il grande conflitto sui diritti che ha già devastato l’Europa accrescendo distanze e diseguaglianza, impoverendo intere popolazioni, e che è oggi l’ostacolo vero per la creazione di un “popolo europeo”. Se vi è un errore nelle ripulse d’una sinistra estrema, altrettanto rischiosa è l’incapacità dell’altra sinistra di considerare ineludibile questo tema.

Esiste ormai un insieme di critiche alle politiche di austerità che dovrebbe essere messo a frutto, articolato com’è anche in specifiche proposte d’intervento, che indicano non una via d’uscita dall’Unione, ma la necessità di una revisione dei suoi strumenti istituzionali. Proprio per questo l’attenzione alla sola dimensione dell’economia sarà insufficiente se non sarà reintegrata in questo più vasto contesto.

Qui si coglie il nesso tra Europa e Italia, dove troppi continuano a separare le due questioni e dove è in atto il tentativo di scorporare dalla Costituzione tutta la parte relativa ai diritti. Si è manifestata una critica irridente i difensori dei diritti fondamentali, sfruttando una colorita battuta di Roberto Benigni sulla “Costituzione più bella del mondo”. In discussioni impegnative si dovrebbero frequentare anche altre fonti. Massimo Severo Giannini, ad esempio, che definì “splendida” la prima parte; o Leopoldo Elia, che nella Costituzione vide “una delle migliori prove del costituzionalismo europeo, soprattutto per la completezza e lo spessore della dichiarazione dei diritti civili, sociali e politici”. Questo non è trionfalismo, ma l’indicazione di una politica costituzionale che, proprio in vista di riforme della seconda parte, non può abbandonare i principi definiti nella prima. Unione europea e Italia hanno il medesimo problema di ricomposizione dell’ordine costituzionale come condizione della sopravvivenza della stessa democrazia.

A tutti gli europei, e ai loro governanti, dovrebbe essere imposta la lettura dell’ultima pagina dell’Omaggio alla Catalogna di George Orwell, con la straordinaria descrizione dell’inconsapevolezza inglese verso i segnali dell’imminente guerra mondiale. Rassicurati allora nelle loro piccole certezze (“non vi preoccupate: la bottiglia del latte sarà davanti alla porta di casa domattina e il New Statesman uscirà di venerdì”), chiusi oggi i paesi più ricchi in una insolente rottura d’ogni solidarietà e progetto comune, proprio così si erodono le basi di una “Unione” ben più degli antieuropeisti di professione.

(10 gennaio 2014)