L’impegno per la “Res Publica”

Era il 2008, quando in America era già scoppiata la crisi dei mutui sub prime e gli effetti si erano abbattuti, subito dopo anche sui conti delle banche, dei fondi previdenziali, delle compagnie assicurative e dei fondi comuni d’investimento italiani. La follia di una finanza spregiudicata che aveva confezionato titoli tossici, stava devastando il sistema finanziario mondiale. La reazione a catena metteva ancora di più in risalto la globalizzazione, quella di un mercato che non vuole, e che non ha regole, tanto le classi politiche si sono votate, di fatto, al liberismo più sfrenato.

Globalizzazione, una parola prima tanto osannata oggi tanto temuta, è un fenomeno con il quale siamo entrati in confidenza solo dalla fine del secolo scorso. In realtà è una dimensione con la quale l’occidente ha avuto a che fare già dall’espansione dell’Impero Romano sotto Traiano (II secolo d.C.).

E poi, via via, con i viaggi di Marco Polo in Cina, verso la fine del XIII secolo, con la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo nel 1492; con le esplorazioni di Vasco de Gama che tentò la navigazione diretta fino all’India e Ferdinando Magellano, il primo a tentare la circumnavigazione del globo.   

La conquista di altri stati e il loro asservimento a Roma prima e agli altri Paesi colonialisti dopo, favorì lo sviluppo dei mezzi di comunicazione e i conseguenti scambi commerciali che svilupparono le interconnessioni economiche e culturali tra paesi lontani, fino ad allora vissuti in una sorta di autarchia.

E’ evidente che la globalizzazione è il dominio dei poteri potenti su quelli più fragili. Oggi i potenti della finanza hanno sottomesso gli stati più fragili e meno sviluppati alle regole ferree del dominio dei capitali su qualsiasi altra necessità sociale ed economica. Questa è la tragica sintesi della situazione in cui ci troviamo. Ricordo che quando il fenomeno iniziò a prendere piede, alcuni di noi obiettarono che questa ideologia, questo mantra della globalizzazione, avrebbe ridotto gli stati e le popolazioni a meri servitori di pochi grandi manovratori. Va da sé che fummo subito tacciati di essere dei vetero statalisti. In realtà facevamo solo delle elementari considerazioni di buon senso, ma soprattutto mettevamo in evidenza che l’arretratezza di alcuni paesi, nella competizione globale, poteva essere mitigata solo da interventi mirati dello stato in ambiti ben precisi, strategici, nei quali i privati non avevano interesse ad investire perché soggetti ad un rientro della redditività solo sui tempi lunghi. In definitiva niente di più e niente di meno di quello che proporrebbero degli economisti di stampo keynesiano e liberale. E noi ci univamo a questi. 

La situazione dell’Italia ora è giunta ad una situazione di stallo. Dopo oltre 25 anni dalla fine della cosiddetta “Prima Repubblica”, abbiamo un paese ingessato, incapace di voltare pagina e programmare il proprio futuro alla luce dei cambiamenti che sono intervenuti nel frattempo. Il problema alla base di questo disastro è la mancanza di una classe dirigente all’altezza dei compiti che la contemporaneità ci pone. Questo è certamente uno dei primi temi che dovrebbe essere messo in un’agenda della politica e del nostro Governo in particolare. Risolvere questa problematica, seppure con i tempi non brevi che richiede, significa ripartire con il piede giusto. Significa rilanciare la passione civile per la “Res Publica”.

Oggi, per comprenderne la portata e il significato di questa locuzione basterebbe richiamare il pensiero di un grande pensatore e giurista vissuto nel I° secolo a.C., Marco Tullio Cicerone, il quale nel suo trattato politico “De re publica” ci dice: «”La res publica” è cosa del popolo; e il popolo non è un qualsiasi aggregato di gente, ma un insieme di persone associatosi intorno alla condivisione del diritto e per la tutela del proprio interesse». Ma ancor di più, lo dobbiamo intendere come un monito che ci richiama alla inevitabile compenetrazione dei destini dei cittadini, legati indissolubilmente al destino del proprio stato e della propria società.

Per questa ragione dovremmo farci una domanda e chiederci se il potere è qualcosa che debbono conquistarsi solo le giovani generazioni o sia materia più adatta ad essere dominata da persone esperte e sagge, diciamo in una parola dagli anziani? Non v’è alcun dubbio che i giovani hanno nelle vene il fuoco vivo della vita e del futuro, mentre gli anziani hanno un punto di osservazione della stessa posto su una traiettoria declinante. Oggi i giovani non provano più attrazione per la politica e, da anni, sono costretti a vedere di fronte a loro stessi una prospettiva che è peggiore di quella che hanno avuto i loro genitori. Le loro principali preoccupazioni sono quelle di cercare più certezze per il lavoro, per la famiglia, per l’ambiente, per la salute. Ciò giustifica, in una qualche misura, il loro allontanamento dalla cura e dall’interesse per la gestione della “Res publica” vista purtroppo come qualcosa di distante e ostile alle loro problematiche.

Ma questo non deve esimerci, istituzioni e società civile, dall’obbligo etico e morale di rilanciare con forza e con passione una grande fase di rinnovamento del paese, quello che potremmo definire un nuovo rinascimento. Tale progetto potrebbe essere ancora più forte se si riuscisse a coniugare le aspettative e la forza dei giovani con l’esperienza e la saggezza degli anziani in un nuovo patto intergenerazionale, ove ogni componente della società sappia fattivamente e responsabilmente dialogare con le altre. Come diceva Bertrand Russel: “L’educazione dovrebbe inculcare l’idea che l’umanità è una sola famiglia con interessi comuni

Il programma di lavoro e l’impegno che sta profondendo l’Associazione “Merita,” grazie ai suoi soci promotori, ma soprattutto animatori, mi sembra una sintesi perfetta che va esattamente nella direzione indicata da Russel.

Giuseppe Filippi – Roma 16 maggio 2020

I CITTADINI E L’EUROPA

Succede spesso in questi ultimi anni che si parli dell’Europa, del suo ruolo e del significato che ha per i cittadini comuni. Tuttavia, non si è riusciti a trovare un campo idoneo, atto a sviluppare un confronto fattivo, sia nella pubblica opinione che tra forze politiche.

Quello che riporto di seguito è il frammento di una discussione tra due cittadini che, per cultura e ruolo professionale, sono posti nella parte alta di una ipotetica scala della competenza e dunque della consapevolezza dei problemi nei quali sono immerse oggi l’Italia e l’Europa.

I due riflettevano sul tema della vicinanza delle istituzioni ai cittadini ed in particolare di quelle europee. Il tema è di grande importanza, soprattutto in un periodo come quello che stiamo vivendo, che vede gli Stati dell’Unione Europea attanagliati sempre più da politiche fiscali e legislative asfissianti. Il problema però più devastante, almeno per paesi che si trovano in una condizione simile a quella dell’Italia, è quello dei continui vincoli a cui sono sottoposti i bilanci degli Stati, soprattutto in relazione all’ammontare del debito complessivo accumulato dai singoli paesi.

In particolare, in Italia, in questi ultimi anni, l’Europa viene vista come una congrega di tecnocrati aridi che guardano esclusivamente ai conti dei bilanci pubblici con una mentalità da semplici contabili. Le uniche ricette che sanno fornire, come risposte alla situazione economico finanziaria, sono sempre le stesse: tagliare il debito pubblico e risanare i conti dello stato. Infatti, negli ultimi tempi, ci hanno fatto conoscere anche la spending revue, andata di moda per diverso tempo qui in Italia.

Come si sa, l’Italia, nella gestione del debito pubblico, ha titolo di campione degli spendaccioni più dissennati. A ruota seguono altri paesi del sud dell’Unione Europea. I paesi del nord invece brillano per virtù e austerità nella spesa pubblica ed hanno un rapporto deficit/Pil molto migliore del nostro. 

Questi temi del rapporto deficit/Pil e debito/Pil hanno dominato la scena dei compiti principali assegnati all’Unione Europea. E’ evidente che i cittadini, di fronte a questa martellante campagna che ci proviene giornalmente dalle Istituzioni europee, non possono che avere una visione dell’Europa come matrigna e causa principale di tanti mali che affliggono le nostre economie e travagliano i ceti più deboli della società.  

Ora, non v’è dubbio che l’Europa soffra, essa stessa, di un deficit di tipo politico-culturale. In tutti questi decenni, durante i quali si sarebbe dovuta costruire un’Europa politica, si sono creati invece esclusivamente tanti salotti snob, soprattutto a Bruxelles, presso la Commissione Europea, tecnocratici, avulsi dalla realtà dei popoli e delle società dei singoli paesi partner dell’Unione. Come qualche cosiddetto sovranista alla Salvini ama dire, l’Europa ormai legifera su tutto, tranne che sui problemi concreti delle persone, per dedicarsi soprattutto a regolamentare inezie come il colore delle bustine con le quali si confeziona l’insalata.

Ma torniamo per un momento ad analizzare come quei due cittadini, di cui dicevamo all’inizio, vedono l’Europa. Una delle prime osservazioni che ponevano è quella che fino a poco tempo fa, i principali documenti dell’Unione Europea erano pubblicati al massimo in due lingue: francese e inglese. Poi di recente si è aggiunta quella tedesca. Ora la domanda sorge spontanea: se un’istituzione vuole dialogare con i propri cittadini come fa a non parlare la loro stesa lingua? E ancora, i tanti parlamentari, eletti nei singoli paesi, possibile che in tutti questi anni, non abbiano mai sentito la necessità di far tradurre gli atti delle istituzioni europee nelle lingue dei loro Stati? Come se ciò non bastasse, fino a qualche anno fa nei canali satellitari si poteva vedere una tv, almeno in Italia, che parlava esclusivamente delle istituzioni europee e della loro attività. Perché oggi questo canale è sparito, o almeno non lo vediamo sul digitale terrestre che è quello che guardano il 99 percento dei cittadini? Perché è sparito, almeno qui in Italia, anche un altro canale televisivo che parlava dei rapporti tra l’Europa e i paesi che affacciano sul Mediterraneo? E per concludere, che fine ha fatto l’avvio di Euromed, l’istituzione creata dall’Europa l’anno scorso, che dovrebbe avere tra l’altro la propria sede qui in Italia? Era stata istituita proprio per guardare con maggiore attenzione i rapporti dell’Unione Europea con i paesi del Mediterraneo e favorirli. Questa iniziativa andrebbe rilanciata e rafforzata, soprattutto alla luce dei continui e inarrestabili sbarchi sulle nostre coste di tanti poveri esseri umani disperati, che negli ultimi tempi sono rallentati solo per la paura del Corona virus.

Ora, per evitare di essere tacciati di fare solo lamentele, è giunto il momento di alcune piccole proposte.

La prima è quella di introdurre l’obbligo di corsi di lingua inglese nelle scuole, negli uffici pubblici e nelle aziende, con l’esclusione di quelle più piccole per ovvie ragioni organizzative, ed organizzarli sia in aule fisiche che on-line;  ed infine, di redigere i principali documenti sia in italiano che in inglese.

La seconda è quella di reintrodurre sul digitale terrestre uno o più canali TV dedicati all’Europa e alle sue istituzioni.

La terza è la pubblicazione tutti i documenti, dell’Unione Europea nelle lingue dei singoli Stati, con a fianco il testo in lingua inglese, per consentire a tutti i cittadini il libero accesso alle informazioni. Un provvedimento di questo genere tra l’altro crediamo che darebbe un grande contributo anche ad evitare che i paesi, e l’Italia in particolare, non presentino progetti per accedere ai fondi europei, soprattutto da parte di soggetti più piccoli come piccole imprese, cittadini, piccoli comuni e così via.

Ma i due amici, chiacchieroni e amanti di farsi domande hanno proseguito con altre riflessioni.

  1. La prima è stata quella di ripercorrere le ragioni storiche e politiche che portarono alla nascita delle prime Comunità Europee con la firma dei trattati di Roma del 1957. Allora sembrarono avviare e realizzare il tanto agognato sogno europeista di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni. Ma oggi quanta parte hanno realizzato di quell’idea di Europa?
  2. La domanda successiva è stata quella del perché popoli e Stati così diversi tra di loro, per storia e cultura, abbiano creato un’Europa in forma di “Unione”.
  3. E ancora, quanto i popoli hanno assimilato l’idea di essere parte integrante del loro stato di appartenenza e di essere al contempo anche cittadini dell’Unione Europea, di questo organismo politico più ampio e ancora troppo lontano nella loro percezione?

Con la firma dei Trattati istitutivi dell’Unione Europea, gli Stati aderenti hanno ceduto una parte della loro sovranità che alcuni dicono essere ancora insufficiente mentre altri, come i cosiddetti sovranisti, al contrario, vorrebbero ridurre il peso delle istituzioni europee. E qui si apre un’ulteriore riflessione circa il ruolo dell’Italia, inserita nell’Unione Europea, e nel confronto con il resto del mondo, così come si è venuto evolvendo negli ultimi decenni, soprattutto sotto i profili politico-economico e strategico-militare. Ora, che ruolo può avere un singolo stato che abbia le caratteristiche dell’Italia alla luce dei fenomeni che hanno caratterizzato il contesto internazionale, soprattutto mediante la globalizzazione economica e finanziaria? Come si porrebbe, l’Italia, di fronte alla modificazione dei rapporti di forza fra le due super potenze (USA e URSS), che avevano assunto la leadership globale subito dopo la Seconda Guerra mondiale? Come si potrebbe inserire nel giogo tra le vecchie e le nuove super potenze mondiali come Cina, India e Brasile?

Alla prima domanda la risposta, probabilmente, era già insita nel Manifesto di Ventotene, il cui titolo era “Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto”.

Rispetto alla seconda domanda, relativa al tema “dell’Unione di Stati,” prima di dare una risposta, occorrerebbe preliminarmente farne delle altre. E cioè: Cosa hanno unito gli Stati, cosa volevano effettivamente unire, cosa si dovrebbe unire oggi, alla luce degli sviluppi che ci sono Stati a livello globale (Si veda da ultimo il dramma del Corona virus)? Ovviamente il confronto è aperto.  

Per quanto attiene alla terza domanda, credo che si possa concordare sul fatto che oggi nei cittadini prevalgano due desideri diametralmente opposti. Il primo, è quello di chi confida in un’Europa solidale e in un’area di grande pace. Il secondo invece, è quello di chi non vede l’ora di fuggirne via, perché la considera matrigna. E’ evidente che sia l’una che l’altra posizione sono figlie di una reazione essenzialmente emotiva. Invece, per dare forza e senso ad un’Unione Europea rinnovata, credo che occorrano una grande conoscenza delle regole su cui si fonda e una diffusa consapevolezza dei meccanismi che governano i rapporti tra Stati e Unione, in particolare di quelli che, opportunamente modificati, la potrebbero portare a guardare verso orizzonti più aderenti alle necessità di tutti i paesi membri e dei loro cittadini, che sono il cuore vero dell’Europa. A noi tutti sta il compito di non farli aspettare troppo.

Giuseppe Filippi

Roma 10 maggio 2020

Curiosare nella mente di Leonardo

DOMENICA 14 Luglio 2019 Il Sole 24 Ore domenica

Lettera da Londra. Ancor più che dai dipinti, è attraverso gli scritti (appunti, annotazioni e schizzi) che si comprende la ricchezza del pensiero del Vinciano e se ne può apprezzare il metodo: in una mostra alla British Library la «dimensione quotidiana» del lavoro Curiosare nella mente di Leonardo l a schiena dell’uomo intento a misurare il mondo con un compasso brilla nel sole del mattino. Da quando la biblioteca ha abbandonato la mitica sala circolare del British Museum, questa enorme statua presidia la piazza davanti alla British Library. Appena si entra in biblioteca si ha subito la sensazione di essere all’interno di una meravigliosa macchina per la conservazione della cultura scritta: le diverse sale di lettura sono distribuite attorno a una torre di vetro di sei piani con a vista i dorsi dei libri di re Giorgio III. Negli spazi comuni, da qualche anno, sono comparsi tavoli, postazioni di lettura, divani. È un segno, forse, del modo in cui la biblioteca si sta adattando alla digitalizzazione del sapere, potenziando il suo essere anche un luogo di incontro, di scambio di idee. Muoversi in questi ambienti trasmette un forte senso di fiducia nella ricerca. Poche biblioteche al mondo restituiscono così bene l’idea di voler accogliere e rendere fertile, potenzialmente, tutto il sapere: quello antico come quello contemporaneo. Per questo, la British Library è un luogo particolarmente adatto per una mostra sul pensiero di Leonardo da Vinci: sulla sua inesausta curiosità, ricchezza di idee, profondità di visione. La biblioteca possiede, d’altronde, uno dei più importanti codici di Leonardo, il codice Arundel: 283 fogli che contengono appunti presi in circa quarant’anni, da quando Leonardo era un giovane pittore appena uscito dalla bottega del Verrocchio, a Firenze, sino a quando, venerato, si ritira ad Amboise su invito del re di Francia. Il codice contiene annotazioni di geometria, di ottica, di geologia, studi sulle acque, ma anche note personali, disegni. Leonardo lo iniziò per cercare di mettere ordine tra le sue carte, copiando appunti presi altrove con il progetto, poi non realizzato, di una sistemazione per temi della miriade di osservazioni fatte nel tempo. È lui stesso a dirlo nella pagina d’apertura: «Questo fia un racolto sanza ordine, tratto di molte carte le quale io ho qui copiate, sperando poi di metterle per ordine alli lochi loro, secondo le materie di che esse tratteranno». L’Arundel è uno degli oltre venti codici leonardiani giunti sino a noi (senza contare le centinaia di fogli sciolti). È grazie a queste carte – non ai quadri – che possiamo conoscere la ricchezza del pensiero di Leonardo. Per questo, poterne osservare da vicino alcune è, oltre che un’emozione, un privilegio raro: anche i quadri che conosciamo ci appaiono in una luce diversa; come la parte più visibile – ma paradossalmente non centrale – di una prodigiosa ramificazione di osservazioni mosse dalla volontà di investigare la natura in tutte le sue forme. Il titolo della mostra – A Mind in Motion – rimanda proprio a questo: alla curiosità insaziabile nella ricerca delle leggi segrete della natura, a partire da quelle del movimento. Come mi dice Stephen Parkin – tra i responsabili delle Printed Heritage Collections (1450-2000) della biblioteca e curatore, insieme a Juliana Barone e Andrea Clarke, della mostra – l’idea di concentrarsi su questo aspetto è nata in seguito alla disponibilità di Bill Gates a prestare alla British Library il codice Leicester (da lui acquistato nel 1994) per i cinquecento anni dalla morte di Leonardo. Il Leicester è un codice più organico rispetto all’Arundel ma molto più esile: trentasei fogli in cui Leonardo organizza le proprie idee attorno al movimento delle acque, ai fossili, alle modificazioni geologiche, ai corpi celesti. È a partire da questi temi che i curatori hanno selezionato i fogli del codice Arundel da mettere in mostra. In questo modo al visitatore è offerta la possibilità di osservare, in originale, diversi aspetti del laboratorio di Leonardo: non solo la vastità delle sue osservazioni ma anche il metodo attraverso cui esse si realizzavano. Non c’è quasi foglio che non abbia disegni. E questo anche perché l’osservazione aveva un ruolo fondamentale. Gli studi sul movimento dell’acqua permettono di cogliere meglio di altri questa connessione tra disegno e scrittura. L’acqua offriva la possibilità, rara per il tempo, di poter vedere l’energia cinetica. Così nel codice Leicester alcune pagine sono dedicate al modo in cui l’acqua si distribuisce quando, impetuosa, incontra un ostacolo: i disegni che Leonardo affianca alla scrittura rendono perfettamente la tensione tra spinta e attrito. Queste osservazioni servivano anche a ragioni pratiche: spezzare la forza dell’acqua permetteva di elaborare soluzioni per proteggere gli argini dei fiumi dall’erosione. In alcuni fogli del codice Arundel, si esplora anche la possibilità di deviare il corso dell’Arno: qui la portata dei diversi corsi d’acqua è resa con tratti più o meno intensi di gesso rosso, lo stesso che Leonardo usava per i volti o gli animali. Il dialogo tra le carte dei due codici mette in evidenza anche la loro diversità. I fogli del Leicester sono in una scrittura posata, fatta nello studio, con i disegni disposti ordinatamente sui margini; quelli del codice Arundel sono disomogenei, alternano belle copie e appunti veloci. In un foglio Leonardo traccia una tavola per le proporzioni accanto a studi di figure per L’ultima cena; in un altro copia in pulito il funzionamento di uno strumento di sua invenzione per respirare sott’acqua. Inutile dire che leggere gli originali è difficilissimo senza uno specchio: dopo poche parole il cervello – almeno il mio – si rifiuta di proseguire. Ma leggere la scrittura di Leonardo è fondamentale per entrare pienamente nel suo pensiero: oggi, fortunatamente, disponiamo di ottimi strumenti per farlo (nel portale E-Leo, ad esempio, ogni codice può essere letto in trascrizione di fianco alla riproduzione dell’originale). Leonardo era comunque anche in grado di scrivere normalmente: lo si vede in uno dei fogli del codice Arundel in cui ricorda l’arrivo di un nuovo allievo, evidentemente perché altri potessero leggere. Questa dimensione quotidiana della bottega appare anche da un altro codice che la biblioteca è riuscita ad avere dal Victoria and Albert Museum: un piccolo quaderno noto con il nome di codice Forster II. È uno dei taccuini da tasca che Leonardo portava con sé nei suoi spostamenti. Nella doppia pagina visibile sotto la teca si vedono i disegni di due piccole macchine spiraliformi, legate agli studi sul moto perpetuo. Un disegno simile si ritrova anche nel codice Arundel, in un foglio nel quale Leonardo aveva schizzato anche altro: il profilo di un occhio, con tanto di ciglia, che osserva.

© RIPRODUZIONE RISERVATA Leonardo da Vinci: A Mind in Motion Londra, The British Library fino all’8 settembre Matteo Motolese

EDITORIALE ESTATE

Di ANDREA ERAMO

L’Avveniredei lavoratori

27 giugno 2019 ADL dei Lavoratori – Settimanale della più antica testata della sinistra italiana / Direttore Andrea Ermano

È estate. Dov’è finito l’anticiclone delle Azzorre? Pare che si sia un po’ affievolito e che in sua vece subentrino ora anche alle nostre latitudini gli anticicloni del deserto, con temperature piuttosto aggressive. In Francia e in Spagna si parla di punte di calore intorno ai 44 gradi. È il surriscaldamento globale. E noi non ne usciremo con lo stesso metodo con cui ci siamo entrati.

Ieri, il relatore speciale dell’ONU, Philip Alston, denunciava l’avanzare di una vera e propria apartheid climatica che «minaccia di annullare cinquant’anni di progressi nello sviluppo, nella salute globale e nella riduzione della povertà» in quanto «centinaia di milioni di persone soffriranno per mancanza di cibo, migrazioni forzate, malattie e morte», laddove i costi del surriscaldamento ricadono per il 75% sulla metà più povera dell’umanità, che è causa di soltanto il 10% delle emanazioni inquinanti.

    «A pagare il prezzo più alto del cambiamento climatico sono sempre i più poveri». Lo rilevava ieri il climatologo Antonello Pasini, autore di Effetto serra effetto guerra(Chiarelettere, 2017). Il volume, scritto a quattro mani insieme al diplomatico Grammenos Mastrojeni, tratta di conflitti e migrazioni, evidenziando che «le aree dove questi sommovimenti si originano hanno tutte qualcosa in comune: il clima che cambia, il deserto che avanza e che sottrae terreno alle colture mettendo in ginocchio le economie locali».

    La sedicenne svedese Greta Thunberg (e con lei milioni di studenti medi in tutt’Europa che hanno massicciamente aderito allo “sciopero scolastico per il clima” da lei lanciato un anno fa) pensa che «questa è la crisi più grave che l’umanità abbia mai subito». A Katowice in Polonia di fronte ai leader mondiali riuniti il 14 dicembre 2018 per il vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, Greta pronuncia un durissimo J’accuse: «Voi avete troppa paura di essere impopolari. Voi parlate soltanto di proseguire con le stesse cattive idee che ci hanno condotto a questo casino, anche quando l’unica cosa sensata da fare sarebbe tirare il freno d’emergenza. Non siete abbastanza maturi da dire le cose come stanno… Se è impossibile trovare soluzioni all’interno di questo sistema, allora dobbiamo cambiare sistema».

Non occorre avere fatto un dottorato con il professor Hegel per capire che uno spettro si aggira non soltanto per l’Europa: lo spettro di un enorme “casino”. Certo, può anche darsi che poi… quando avremo superato questa crisi… Ma chissà che cosa avrebbe scritto e detto Karl Marx del surriscaldamento climatico, dell’accelerazione ‘disruptiva’ di scienza e tecnica nonché dell’età atomica? Di fronte allo stato di cose presenti, caratterizzato da una contrapposizione tra il popolo e le élites nella quale queste sono crescentemente percepite dalle masse come il principale impedimento al progresso umano, è quasi certo tuttavia che il vecchio Marx avrebbe diagnosticato una situazione tecnicamente pre-rivoluzionaria.

    Questo problema delle classi dirigenti è presto detto: possono guidare la navigazione: a) se si dimostrano capaci di reggere il timone e b) se la ciurma non gli si rivolta contro. Però, i popoli sono inquieti proprio perché le élites appaiono distratte e disorientate.

    È in fondo quel che Giorgio Agamben avvertiva in un discorso tenuto a Parigi l’8 marzo 2009 nella Cattedrale di Notre-Dame: «Lo dico qui e ora misurando le mie parole: oggi non vi è sulla terra alcun potere legittimo e i potenti del mondo sono essi stessi convinti di illegittimità. La giuridificazione e l’economizzazione integrale dei rapporti umani, la confusione fra ciò che possiamo credere, sperare e amare e ciò che siamo obbligati a fare o a non fare, a dire o a non dire segnano non soltanto la crisi del diritto e degli stati, ma anche e soprattutto quella della Chiesa. Poiché la Chiesa può vivere come istituzione soltanto mantenendosi in relazione immediata con la propria fine».

    Secondo Agamben una comunità umana può ‘consistere’ solo se tiene in tensione due idee, quella dell’inizio e quella della fine, laddove lo ‘Stato’ dovrebbe curarsi dell’inizio, la ‘Chiesa’ appunto della fine. Traducendo laicamente questa posizione agambiana, noi diremmo che è la Politica (più che il solo “Stato”) a dover stabilire i fondamenti di legalità della comunità umana, mentre compito della Cultura (della Cultura in generale, e non solo della Chiesa o delle religioni) consisterebbe nell’elaborare e aggiornare forme di “senso ultimo” che a quei fondamenti possano conferire legittimità.

    Ma al di là delle terminologie, il problema «è proprio questa tensione che sembra oggi esaurita», sostiene Agamben: «Per questo, la domanda che sono venuto qui a porvi, senza avere, per farlo, altra autorità se non un’ostinata abitudine a leggere i segni del tempo, è questa: la Chiesa si deciderà finalmente a cogliere la sua occasione storica e a ritrovare la sua vocazione messianica? Il rischio, altrimenti, è che sia trascinata nella rovina che minaccia tutti i governi e tutte le istituzioni della terra».

Si sarà sicuramente trattato di una coincidenza, ma due mesi scarsi dopo la sorprendente sferzata parigina di Giorgio Agamben, a Roma qualcosa inizia effettivamente a finire. È il 28 aprile 2009 e Papa Ratzinger, visitando le spoglie di Celestino V nella basilica terremotata di Santa Maria di Collemaggio, ‘depone’ il proprio pallio sulla teca di vetro (vai al video sul sito di Repubblica). Sembra un gesto da nulla, senonché Celestino V, 192º pontefice della Chiesa cattolica, si era dimesso nel 1294, compiendo un gesto ancora ben presente nel nostro immaginario collettivo, perché è a quella abdicazione che vengono tradizionalmente riferiti i celebri versi danteschi: «Vidi e conobbi l’ombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto» (per inciso, non è sicuro che Dante alludesse a Celestino V,la cui vicenda è comunque ben più drammatica di un semplice gesto di “viltade”, come narra Ignazio Silone ne Le avventure di un povero cristiano).

    Dopo la “rinunzia” di papa Ratzinger, avvenuta nel 2013, qualcuno ricorderà quella sua deposizione del pallio. Il rettore della Basilica racconterà: «Il Papa portò con sé il pallio ricevuto quando era stato eletto. Come a dire, anch’io un giorno farò lo stesso gesto che tu hai fatto secoli fa».

    A Benedetto XVI succede papa Bergoglio, di cui rimarrà celebre la frase pronunciata nel discorso d’investitura: «Sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prendere il Vescovo di Roma quasi alla fine del mondo». E sarà un’altra coincidenza pure questa quasi-menzione della “fine del mondo” in una circostanza così solenne. Ma la sua rotta di navigazione non può più dirsi casuale perché Francesco imprime alla Chiesa con l’enciclica Laudato si’ un indirizzo decisamente eco-sociale. Il nuovo pontefice si propone di compiere «un passo avanti in alcune ampie linee di dialogo e di azione che coinvolgano sia ognuno di noi, sia la politica internazionale». L’indirizzo ‘progressista’ è confermato da una lunga serie di gesti, a partire dalla visita di papa Francesco a Lampedusa fino all’incontro in Piazza San Pietro con Greta e oltre. Il cambio di paradigma è evidente. La Chiesa Cattolica sembra essersi schierata al fianco delle altre grandi culture di progresso occidentali, quelle stesse che l’armata nazional-sovranista dichiara di volere sgominare.

    In conclusione, se non tutto è inganno quello tratteggiato fin qui è il “tornante della storia” sul quale viaggiamo. Confrontate ora questa realtà con i discorsi (o, peggio, gli atti) in cui si producono gli esponenti della maggioranza alla ‘guida’ del Paese. Il popolo gli dà e toglie con gesti sovrabbondanti un gradimento che, si badi, non è affatto politico, ma solo circense. E questi qui, che lo hanno intuito, continuano la loro clowneria, completamente disinteressati al problema della legittimazione culturale. Se qualcuno li critica, loro rispondono che o si vincono le elezioni o si deve tacere. Forse gli strateghi della reazione nazional-sovranista cui aderiscono gli hanno suggerito di seguire questa linea: per aumentare il successo o per tenersi a galla o per tentare di emergere alla celebrità ecc. Il consenso conquistato gli potrebbe servire se e quando la crisi precipitasse. Ma il futuro è incerto per tutti.

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P.S. Chi condividesse queste o analoghe valutazioni avrebbe il dovere, per quanto possibile, di dire con empatia agli studenti in lotta contro il Global Warming che anche loro, come altri movimenti emancipatori prima di loro, commetterebbero un serio errore qualora finissero per asserragliarsi in un mero “giovanilismo”. Limitandoci alla nostra storia, ci basta qui ricordare i giovani “zimmerwaldiani” che un secolo fa – dopo la lunga e nobile battaglia contro l’immane macello della Grande Guerra – presero il Palazzo d’Inverno. Sognavano una grande rivoluzione mondiale, la pace, l’emancipazione proletaria e il libero amore. Ottennero prima Stalin, poi Hitler e quindi una Seconda Guerra Mondiale ancora più tremenda della prima. Perciò, anche quando si hanno solide ragioni, è altamente sconsigliabile ritenersi e/o comportarsi come i proprietari della grande verità di cui ci si fa paladini, perché l’usucapione di una verità, e sia pure importantissima come quelle di cui qui si parla, tende a tramutarsi in autoesonero morale, con esiti di norma assai poco belli.