EDITORIALE ESTATE

Di ANDREA ERAMO

L’Avveniredei lavoratori

27 giugno 2019 ADL dei Lavoratori – Settimanale della più antica testata della sinistra italiana / Direttore Andrea Ermano

È estate. Dov’è finito l’anticiclone delle Azzorre? Pare che si sia un po’ affievolito e che in sua vece subentrino ora anche alle nostre latitudini gli anticicloni del deserto, con temperature piuttosto aggressive. In Francia e in Spagna si parla di punte di calore intorno ai 44 gradi. È il surriscaldamento globale. E noi non ne usciremo con lo stesso metodo con cui ci siamo entrati.

Ieri, il relatore speciale dell’ONU, Philip Alston, denunciava l’avanzare di una vera e propria apartheid climatica che «minaccia di annullare cinquant’anni di progressi nello sviluppo, nella salute globale e nella riduzione della povertà» in quanto «centinaia di milioni di persone soffriranno per mancanza di cibo, migrazioni forzate, malattie e morte», laddove i costi del surriscaldamento ricadono per il 75% sulla metà più povera dell’umanità, che è causa di soltanto il 10% delle emanazioni inquinanti.

    «A pagare il prezzo più alto del cambiamento climatico sono sempre i più poveri». Lo rilevava ieri il climatologo Antonello Pasini, autore di Effetto serra effetto guerra(Chiarelettere, 2017). Il volume, scritto a quattro mani insieme al diplomatico Grammenos Mastrojeni, tratta di conflitti e migrazioni, evidenziando che «le aree dove questi sommovimenti si originano hanno tutte qualcosa in comune: il clima che cambia, il deserto che avanza e che sottrae terreno alle colture mettendo in ginocchio le economie locali».

    La sedicenne svedese Greta Thunberg (e con lei milioni di studenti medi in tutt’Europa che hanno massicciamente aderito allo “sciopero scolastico per il clima” da lei lanciato un anno fa) pensa che «questa è la crisi più grave che l’umanità abbia mai subito». A Katowice in Polonia di fronte ai leader mondiali riuniti il 14 dicembre 2018 per il vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, Greta pronuncia un durissimo J’accuse: «Voi avete troppa paura di essere impopolari. Voi parlate soltanto di proseguire con le stesse cattive idee che ci hanno condotto a questo casino, anche quando l’unica cosa sensata da fare sarebbe tirare il freno d’emergenza. Non siete abbastanza maturi da dire le cose come stanno… Se è impossibile trovare soluzioni all’interno di questo sistema, allora dobbiamo cambiare sistema».

Non occorre avere fatto un dottorato con il professor Hegel per capire che uno spettro si aggira non soltanto per l’Europa: lo spettro di un enorme “casino”. Certo, può anche darsi che poi… quando avremo superato questa crisi… Ma chissà che cosa avrebbe scritto e detto Karl Marx del surriscaldamento climatico, dell’accelerazione ‘disruptiva’ di scienza e tecnica nonché dell’età atomica? Di fronte allo stato di cose presenti, caratterizzato da una contrapposizione tra il popolo e le élites nella quale queste sono crescentemente percepite dalle masse come il principale impedimento al progresso umano, è quasi certo tuttavia che il vecchio Marx avrebbe diagnosticato una situazione tecnicamente pre-rivoluzionaria.

    Questo problema delle classi dirigenti è presto detto: possono guidare la navigazione: a) se si dimostrano capaci di reggere il timone e b) se la ciurma non gli si rivolta contro. Però, i popoli sono inquieti proprio perché le élites appaiono distratte e disorientate.

    È in fondo quel che Giorgio Agamben avvertiva in un discorso tenuto a Parigi l’8 marzo 2009 nella Cattedrale di Notre-Dame: «Lo dico qui e ora misurando le mie parole: oggi non vi è sulla terra alcun potere legittimo e i potenti del mondo sono essi stessi convinti di illegittimità. La giuridificazione e l’economizzazione integrale dei rapporti umani, la confusione fra ciò che possiamo credere, sperare e amare e ciò che siamo obbligati a fare o a non fare, a dire o a non dire segnano non soltanto la crisi del diritto e degli stati, ma anche e soprattutto quella della Chiesa. Poiché la Chiesa può vivere come istituzione soltanto mantenendosi in relazione immediata con la propria fine».

    Secondo Agamben una comunità umana può ‘consistere’ solo se tiene in tensione due idee, quella dell’inizio e quella della fine, laddove lo ‘Stato’ dovrebbe curarsi dell’inizio, la ‘Chiesa’ appunto della fine. Traducendo laicamente questa posizione agambiana, noi diremmo che è la Politica (più che il solo “Stato”) a dover stabilire i fondamenti di legalità della comunità umana, mentre compito della Cultura (della Cultura in generale, e non solo della Chiesa o delle religioni) consisterebbe nell’elaborare e aggiornare forme di “senso ultimo” che a quei fondamenti possano conferire legittimità.

    Ma al di là delle terminologie, il problema «è proprio questa tensione che sembra oggi esaurita», sostiene Agamben: «Per questo, la domanda che sono venuto qui a porvi, senza avere, per farlo, altra autorità se non un’ostinata abitudine a leggere i segni del tempo, è questa: la Chiesa si deciderà finalmente a cogliere la sua occasione storica e a ritrovare la sua vocazione messianica? Il rischio, altrimenti, è che sia trascinata nella rovina che minaccia tutti i governi e tutte le istituzioni della terra».

Si sarà sicuramente trattato di una coincidenza, ma due mesi scarsi dopo la sorprendente sferzata parigina di Giorgio Agamben, a Roma qualcosa inizia effettivamente a finire. È il 28 aprile 2009 e Papa Ratzinger, visitando le spoglie di Celestino V nella basilica terremotata di Santa Maria di Collemaggio, ‘depone’ il proprio pallio sulla teca di vetro (vai al video sul sito di Repubblica). Sembra un gesto da nulla, senonché Celestino V, 192º pontefice della Chiesa cattolica, si era dimesso nel 1294, compiendo un gesto ancora ben presente nel nostro immaginario collettivo, perché è a quella abdicazione che vengono tradizionalmente riferiti i celebri versi danteschi: «Vidi e conobbi l’ombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto» (per inciso, non è sicuro che Dante alludesse a Celestino V,la cui vicenda è comunque ben più drammatica di un semplice gesto di “viltade”, come narra Ignazio Silone ne Le avventure di un povero cristiano).

    Dopo la “rinunzia” di papa Ratzinger, avvenuta nel 2013, qualcuno ricorderà quella sua deposizione del pallio. Il rettore della Basilica racconterà: «Il Papa portò con sé il pallio ricevuto quando era stato eletto. Come a dire, anch’io un giorno farò lo stesso gesto che tu hai fatto secoli fa».

    A Benedetto XVI succede papa Bergoglio, di cui rimarrà celebre la frase pronunciata nel discorso d’investitura: «Sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prendere il Vescovo di Roma quasi alla fine del mondo». E sarà un’altra coincidenza pure questa quasi-menzione della “fine del mondo” in una circostanza così solenne. Ma la sua rotta di navigazione non può più dirsi casuale perché Francesco imprime alla Chiesa con l’enciclica Laudato si’ un indirizzo decisamente eco-sociale. Il nuovo pontefice si propone di compiere «un passo avanti in alcune ampie linee di dialogo e di azione che coinvolgano sia ognuno di noi, sia la politica internazionale». L’indirizzo ‘progressista’ è confermato da una lunga serie di gesti, a partire dalla visita di papa Francesco a Lampedusa fino all’incontro in Piazza San Pietro con Greta e oltre. Il cambio di paradigma è evidente. La Chiesa Cattolica sembra essersi schierata al fianco delle altre grandi culture di progresso occidentali, quelle stesse che l’armata nazional-sovranista dichiara di volere sgominare.

    In conclusione, se non tutto è inganno quello tratteggiato fin qui è il “tornante della storia” sul quale viaggiamo. Confrontate ora questa realtà con i discorsi (o, peggio, gli atti) in cui si producono gli esponenti della maggioranza alla ‘guida’ del Paese. Il popolo gli dà e toglie con gesti sovrabbondanti un gradimento che, si badi, non è affatto politico, ma solo circense. E questi qui, che lo hanno intuito, continuano la loro clowneria, completamente disinteressati al problema della legittimazione culturale. Se qualcuno li critica, loro rispondono che o si vincono le elezioni o si deve tacere. Forse gli strateghi della reazione nazional-sovranista cui aderiscono gli hanno suggerito di seguire questa linea: per aumentare il successo o per tenersi a galla o per tentare di emergere alla celebrità ecc. Il consenso conquistato gli potrebbe servire se e quando la crisi precipitasse. Ma il futuro è incerto per tutti.

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P.S. Chi condividesse queste o analoghe valutazioni avrebbe il dovere, per quanto possibile, di dire con empatia agli studenti in lotta contro il Global Warming che anche loro, come altri movimenti emancipatori prima di loro, commetterebbero un serio errore qualora finissero per asserragliarsi in un mero “giovanilismo”. Limitandoci alla nostra storia, ci basta qui ricordare i giovani “zimmerwaldiani” che un secolo fa – dopo la lunga e nobile battaglia contro l’immane macello della Grande Guerra – presero il Palazzo d’Inverno. Sognavano una grande rivoluzione mondiale, la pace, l’emancipazione proletaria e il libero amore. Ottennero prima Stalin, poi Hitler e quindi una Seconda Guerra Mondiale ancora più tremenda della prima. Perciò, anche quando si hanno solide ragioni, è altamente sconsigliabile ritenersi e/o comportarsi come i proprietari della grande verità di cui ci si fa paladini, perché l’usucapione di una verità, e sia pure importantissima come quelle di cui qui si parla, tende a tramutarsi in autoesonero morale, con esiti di norma assai poco belli.

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