Curiosare nella mente di Leonardo

DOMENICA 14 Luglio 2019 Il Sole 24 Ore domenica

Lettera da Londra. Ancor più che dai dipinti, è attraverso gli scritti (appunti, annotazioni e schizzi) che si comprende la ricchezza del pensiero del Vinciano e se ne può apprezzare il metodo: in una mostra alla British Library la «dimensione quotidiana» del lavoro Curiosare nella mente di Leonardo l a schiena dell’uomo intento a misurare il mondo con un compasso brilla nel sole del mattino. Da quando la biblioteca ha abbandonato la mitica sala circolare del British Museum, questa enorme statua presidia la piazza davanti alla British Library. Appena si entra in biblioteca si ha subito la sensazione di essere all’interno di una meravigliosa macchina per la conservazione della cultura scritta: le diverse sale di lettura sono distribuite attorno a una torre di vetro di sei piani con a vista i dorsi dei libri di re Giorgio III. Negli spazi comuni, da qualche anno, sono comparsi tavoli, postazioni di lettura, divani. È un segno, forse, del modo in cui la biblioteca si sta adattando alla digitalizzazione del sapere, potenziando il suo essere anche un luogo di incontro, di scambio di idee. Muoversi in questi ambienti trasmette un forte senso di fiducia nella ricerca. Poche biblioteche al mondo restituiscono così bene l’idea di voler accogliere e rendere fertile, potenzialmente, tutto il sapere: quello antico come quello contemporaneo. Per questo, la British Library è un luogo particolarmente adatto per una mostra sul pensiero di Leonardo da Vinci: sulla sua inesausta curiosità, ricchezza di idee, profondità di visione. La biblioteca possiede, d’altronde, uno dei più importanti codici di Leonardo, il codice Arundel: 283 fogli che contengono appunti presi in circa quarant’anni, da quando Leonardo era un giovane pittore appena uscito dalla bottega del Verrocchio, a Firenze, sino a quando, venerato, si ritira ad Amboise su invito del re di Francia. Il codice contiene annotazioni di geometria, di ottica, di geologia, studi sulle acque, ma anche note personali, disegni. Leonardo lo iniziò per cercare di mettere ordine tra le sue carte, copiando appunti presi altrove con il progetto, poi non realizzato, di una sistemazione per temi della miriade di osservazioni fatte nel tempo. È lui stesso a dirlo nella pagina d’apertura: «Questo fia un racolto sanza ordine, tratto di molte carte le quale io ho qui copiate, sperando poi di metterle per ordine alli lochi loro, secondo le materie di che esse tratteranno». L’Arundel è uno degli oltre venti codici leonardiani giunti sino a noi (senza contare le centinaia di fogli sciolti). È grazie a queste carte – non ai quadri – che possiamo conoscere la ricchezza del pensiero di Leonardo. Per questo, poterne osservare da vicino alcune è, oltre che un’emozione, un privilegio raro: anche i quadri che conosciamo ci appaiono in una luce diversa; come la parte più visibile – ma paradossalmente non centrale – di una prodigiosa ramificazione di osservazioni mosse dalla volontà di investigare la natura in tutte le sue forme. Il titolo della mostra – A Mind in Motion – rimanda proprio a questo: alla curiosità insaziabile nella ricerca delle leggi segrete della natura, a partire da quelle del movimento. Come mi dice Stephen Parkin – tra i responsabili delle Printed Heritage Collections (1450-2000) della biblioteca e curatore, insieme a Juliana Barone e Andrea Clarke, della mostra – l’idea di concentrarsi su questo aspetto è nata in seguito alla disponibilità di Bill Gates a prestare alla British Library il codice Leicester (da lui acquistato nel 1994) per i cinquecento anni dalla morte di Leonardo. Il Leicester è un codice più organico rispetto all’Arundel ma molto più esile: trentasei fogli in cui Leonardo organizza le proprie idee attorno al movimento delle acque, ai fossili, alle modificazioni geologiche, ai corpi celesti. È a partire da questi temi che i curatori hanno selezionato i fogli del codice Arundel da mettere in mostra. In questo modo al visitatore è offerta la possibilità di osservare, in originale, diversi aspetti del laboratorio di Leonardo: non solo la vastità delle sue osservazioni ma anche il metodo attraverso cui esse si realizzavano. Non c’è quasi foglio che non abbia disegni. E questo anche perché l’osservazione aveva un ruolo fondamentale. Gli studi sul movimento dell’acqua permettono di cogliere meglio di altri questa connessione tra disegno e scrittura. L’acqua offriva la possibilità, rara per il tempo, di poter vedere l’energia cinetica. Così nel codice Leicester alcune pagine sono dedicate al modo in cui l’acqua si distribuisce quando, impetuosa, incontra un ostacolo: i disegni che Leonardo affianca alla scrittura rendono perfettamente la tensione tra spinta e attrito. Queste osservazioni servivano anche a ragioni pratiche: spezzare la forza dell’acqua permetteva di elaborare soluzioni per proteggere gli argini dei fiumi dall’erosione. In alcuni fogli del codice Arundel, si esplora anche la possibilità di deviare il corso dell’Arno: qui la portata dei diversi corsi d’acqua è resa con tratti più o meno intensi di gesso rosso, lo stesso che Leonardo usava per i volti o gli animali. Il dialogo tra le carte dei due codici mette in evidenza anche la loro diversità. I fogli del Leicester sono in una scrittura posata, fatta nello studio, con i disegni disposti ordinatamente sui margini; quelli del codice Arundel sono disomogenei, alternano belle copie e appunti veloci. In un foglio Leonardo traccia una tavola per le proporzioni accanto a studi di figure per L’ultima cena; in un altro copia in pulito il funzionamento di uno strumento di sua invenzione per respirare sott’acqua. Inutile dire che leggere gli originali è difficilissimo senza uno specchio: dopo poche parole il cervello – almeno il mio – si rifiuta di proseguire. Ma leggere la scrittura di Leonardo è fondamentale per entrare pienamente nel suo pensiero: oggi, fortunatamente, disponiamo di ottimi strumenti per farlo (nel portale E-Leo, ad esempio, ogni codice può essere letto in trascrizione di fianco alla riproduzione dell’originale). Leonardo era comunque anche in grado di scrivere normalmente: lo si vede in uno dei fogli del codice Arundel in cui ricorda l’arrivo di un nuovo allievo, evidentemente perché altri potessero leggere. Questa dimensione quotidiana della bottega appare anche da un altro codice che la biblioteca è riuscita ad avere dal Victoria and Albert Museum: un piccolo quaderno noto con il nome di codice Forster II. È uno dei taccuini da tasca che Leonardo portava con sé nei suoi spostamenti. Nella doppia pagina visibile sotto la teca si vedono i disegni di due piccole macchine spiraliformi, legate agli studi sul moto perpetuo. Un disegno simile si ritrova anche nel codice Arundel, in un foglio nel quale Leonardo aveva schizzato anche altro: il profilo di un occhio, con tanto di ciglia, che osserva.

© RIPRODUZIONE RISERVATA Leonardo da Vinci: A Mind in Motion Londra, The British Library fino all’8 settembre Matteo Motolese

EDITORIALE ESTATE

Di ANDREA ERAMO

L’Avveniredei lavoratori

27 giugno 2019 ADL dei Lavoratori – Settimanale della più antica testata della sinistra italiana / Direttore Andrea Ermano

È estate. Dov’è finito l’anticiclone delle Azzorre? Pare che si sia un po’ affievolito e che in sua vece subentrino ora anche alle nostre latitudini gli anticicloni del deserto, con temperature piuttosto aggressive. In Francia e in Spagna si parla di punte di calore intorno ai 44 gradi. È il surriscaldamento globale. E noi non ne usciremo con lo stesso metodo con cui ci siamo entrati.

Ieri, il relatore speciale dell’ONU, Philip Alston, denunciava l’avanzare di una vera e propria apartheid climatica che «minaccia di annullare cinquant’anni di progressi nello sviluppo, nella salute globale e nella riduzione della povertà» in quanto «centinaia di milioni di persone soffriranno per mancanza di cibo, migrazioni forzate, malattie e morte», laddove i costi del surriscaldamento ricadono per il 75% sulla metà più povera dell’umanità, che è causa di soltanto il 10% delle emanazioni inquinanti.

    «A pagare il prezzo più alto del cambiamento climatico sono sempre i più poveri». Lo rilevava ieri il climatologo Antonello Pasini, autore di Effetto serra effetto guerra(Chiarelettere, 2017). Il volume, scritto a quattro mani insieme al diplomatico Grammenos Mastrojeni, tratta di conflitti e migrazioni, evidenziando che «le aree dove questi sommovimenti si originano hanno tutte qualcosa in comune: il clima che cambia, il deserto che avanza e che sottrae terreno alle colture mettendo in ginocchio le economie locali».

    La sedicenne svedese Greta Thunberg (e con lei milioni di studenti medi in tutt’Europa che hanno massicciamente aderito allo “sciopero scolastico per il clima” da lei lanciato un anno fa) pensa che «questa è la crisi più grave che l’umanità abbia mai subito». A Katowice in Polonia di fronte ai leader mondiali riuniti il 14 dicembre 2018 per il vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, Greta pronuncia un durissimo J’accuse: «Voi avete troppa paura di essere impopolari. Voi parlate soltanto di proseguire con le stesse cattive idee che ci hanno condotto a questo casino, anche quando l’unica cosa sensata da fare sarebbe tirare il freno d’emergenza. Non siete abbastanza maturi da dire le cose come stanno… Se è impossibile trovare soluzioni all’interno di questo sistema, allora dobbiamo cambiare sistema».

Non occorre avere fatto un dottorato con il professor Hegel per capire che uno spettro si aggira non soltanto per l’Europa: lo spettro di un enorme “casino”. Certo, può anche darsi che poi… quando avremo superato questa crisi… Ma chissà che cosa avrebbe scritto e detto Karl Marx del surriscaldamento climatico, dell’accelerazione ‘disruptiva’ di scienza e tecnica nonché dell’età atomica? Di fronte allo stato di cose presenti, caratterizzato da una contrapposizione tra il popolo e le élites nella quale queste sono crescentemente percepite dalle masse come il principale impedimento al progresso umano, è quasi certo tuttavia che il vecchio Marx avrebbe diagnosticato una situazione tecnicamente pre-rivoluzionaria.

    Questo problema delle classi dirigenti è presto detto: possono guidare la navigazione: a) se si dimostrano capaci di reggere il timone e b) se la ciurma non gli si rivolta contro. Però, i popoli sono inquieti proprio perché le élites appaiono distratte e disorientate.

    È in fondo quel che Giorgio Agamben avvertiva in un discorso tenuto a Parigi l’8 marzo 2009 nella Cattedrale di Notre-Dame: «Lo dico qui e ora misurando le mie parole: oggi non vi è sulla terra alcun potere legittimo e i potenti del mondo sono essi stessi convinti di illegittimità. La giuridificazione e l’economizzazione integrale dei rapporti umani, la confusione fra ciò che possiamo credere, sperare e amare e ciò che siamo obbligati a fare o a non fare, a dire o a non dire segnano non soltanto la crisi del diritto e degli stati, ma anche e soprattutto quella della Chiesa. Poiché la Chiesa può vivere come istituzione soltanto mantenendosi in relazione immediata con la propria fine».

    Secondo Agamben una comunità umana può ‘consistere’ solo se tiene in tensione due idee, quella dell’inizio e quella della fine, laddove lo ‘Stato’ dovrebbe curarsi dell’inizio, la ‘Chiesa’ appunto della fine. Traducendo laicamente questa posizione agambiana, noi diremmo che è la Politica (più che il solo “Stato”) a dover stabilire i fondamenti di legalità della comunità umana, mentre compito della Cultura (della Cultura in generale, e non solo della Chiesa o delle religioni) consisterebbe nell’elaborare e aggiornare forme di “senso ultimo” che a quei fondamenti possano conferire legittimità.

    Ma al di là delle terminologie, il problema «è proprio questa tensione che sembra oggi esaurita», sostiene Agamben: «Per questo, la domanda che sono venuto qui a porvi, senza avere, per farlo, altra autorità se non un’ostinata abitudine a leggere i segni del tempo, è questa: la Chiesa si deciderà finalmente a cogliere la sua occasione storica e a ritrovare la sua vocazione messianica? Il rischio, altrimenti, è che sia trascinata nella rovina che minaccia tutti i governi e tutte le istituzioni della terra».

Si sarà sicuramente trattato di una coincidenza, ma due mesi scarsi dopo la sorprendente sferzata parigina di Giorgio Agamben, a Roma qualcosa inizia effettivamente a finire. È il 28 aprile 2009 e Papa Ratzinger, visitando le spoglie di Celestino V nella basilica terremotata di Santa Maria di Collemaggio, ‘depone’ il proprio pallio sulla teca di vetro (vai al video sul sito di Repubblica). Sembra un gesto da nulla, senonché Celestino V, 192º pontefice della Chiesa cattolica, si era dimesso nel 1294, compiendo un gesto ancora ben presente nel nostro immaginario collettivo, perché è a quella abdicazione che vengono tradizionalmente riferiti i celebri versi danteschi: «Vidi e conobbi l’ombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto» (per inciso, non è sicuro che Dante alludesse a Celestino V,la cui vicenda è comunque ben più drammatica di un semplice gesto di “viltade”, come narra Ignazio Silone ne Le avventure di un povero cristiano).

    Dopo la “rinunzia” di papa Ratzinger, avvenuta nel 2013, qualcuno ricorderà quella sua deposizione del pallio. Il rettore della Basilica racconterà: «Il Papa portò con sé il pallio ricevuto quando era stato eletto. Come a dire, anch’io un giorno farò lo stesso gesto che tu hai fatto secoli fa».

    A Benedetto XVI succede papa Bergoglio, di cui rimarrà celebre la frase pronunciata nel discorso d’investitura: «Sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prendere il Vescovo di Roma quasi alla fine del mondo». E sarà un’altra coincidenza pure questa quasi-menzione della “fine del mondo” in una circostanza così solenne. Ma la sua rotta di navigazione non può più dirsi casuale perché Francesco imprime alla Chiesa con l’enciclica Laudato si’ un indirizzo decisamente eco-sociale. Il nuovo pontefice si propone di compiere «un passo avanti in alcune ampie linee di dialogo e di azione che coinvolgano sia ognuno di noi, sia la politica internazionale». L’indirizzo ‘progressista’ è confermato da una lunga serie di gesti, a partire dalla visita di papa Francesco a Lampedusa fino all’incontro in Piazza San Pietro con Greta e oltre. Il cambio di paradigma è evidente. La Chiesa Cattolica sembra essersi schierata al fianco delle altre grandi culture di progresso occidentali, quelle stesse che l’armata nazional-sovranista dichiara di volere sgominare.

    In conclusione, se non tutto è inganno quello tratteggiato fin qui è il “tornante della storia” sul quale viaggiamo. Confrontate ora questa realtà con i discorsi (o, peggio, gli atti) in cui si producono gli esponenti della maggioranza alla ‘guida’ del Paese. Il popolo gli dà e toglie con gesti sovrabbondanti un gradimento che, si badi, non è affatto politico, ma solo circense. E questi qui, che lo hanno intuito, continuano la loro clowneria, completamente disinteressati al problema della legittimazione culturale. Se qualcuno li critica, loro rispondono che o si vincono le elezioni o si deve tacere. Forse gli strateghi della reazione nazional-sovranista cui aderiscono gli hanno suggerito di seguire questa linea: per aumentare il successo o per tenersi a galla o per tentare di emergere alla celebrità ecc. Il consenso conquistato gli potrebbe servire se e quando la crisi precipitasse. Ma il futuro è incerto per tutti.

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P.S. Chi condividesse queste o analoghe valutazioni avrebbe il dovere, per quanto possibile, di dire con empatia agli studenti in lotta contro il Global Warming che anche loro, come altri movimenti emancipatori prima di loro, commetterebbero un serio errore qualora finissero per asserragliarsi in un mero “giovanilismo”. Limitandoci alla nostra storia, ci basta qui ricordare i giovani “zimmerwaldiani” che un secolo fa – dopo la lunga e nobile battaglia contro l’immane macello della Grande Guerra – presero il Palazzo d’Inverno. Sognavano una grande rivoluzione mondiale, la pace, l’emancipazione proletaria e il libero amore. Ottennero prima Stalin, poi Hitler e quindi una Seconda Guerra Mondiale ancora più tremenda della prima. Perciò, anche quando si hanno solide ragioni, è altamente sconsigliabile ritenersi e/o comportarsi come i proprietari della grande verità di cui ci si fa paladini, perché l’usucapione di una verità, e sia pure importantissima come quelle di cui qui si parla, tende a tramutarsi in autoesonero morale, con esiti di norma assai poco belli.

Seminario del 21 giugno 2019 sul Costituendo Consorzio Forestale

Seminario del 21 giugno2019 sul Costituendo Consorzio Forestale

Fondazione R. Caetani – Tor Tre ponti (Latina)

Foto dei relatori


T. Agnoni e M. Amodio (Presidente e V. Presidente della Fondazione R. Caetani)
G. Filippi Presidente dell’Associazione I CICLOPI

Il Sen. Calandrini, Amodio e Filippi

Francesca Galli del Consorzio Forestale dell’Amiata (GR)


Andrea Montresor di Federforeste


Francesca Zappalà dell’Alpaa-CGIL Nazionale

Costituendo Consorzio Forestale

Si è svolto il 21 giugno presso la prestigiosa sede della Fondazione Roffredo Caetani in Tor Tre Ponti a Latina, il programmato Convegno sul costituendo Consorzio Forestale. Erano presenti il Comune di Rocca Massima col neo Sindaco Mario Lucarelli e l’intera Giunta, il Comune di Norma col suo Sindaco Gianfranco Tessitori, il Comune di Cori col suo Assessore al Bilancio Simonetta Imperia, il Sindaco di Sermoneta Giuseppina Giovannoli, le Associazioni promotrici del progetto: PROLOCO di Rocca Massima e I CICLOPI di Norma il cui Presidente, Pino Filippi ha coordinato i lavori. Erano inoltre presenti: il Presidente della Associazione Mons. Centra di Rocca Massima Remo Del Ferraro, Giuseppe Di Stefano; l’Associazione Coltivatori agricoli ALPAA-CGIL, con le proprie responsabili nazionale e del Lazio, rispettivamente Francesca Zappalà e Tiziana Priori. Relatori al Convegno sono stati: il Dott. Andrea Montresor, dirigente nazionale di Federforeste/Coldiretti; il Presidente del Consorzio Forestale del Monte Amiata Fiorenzo Caselli, la direttrice Francesca Galli e il Paolo Franchi dello stesso Consorzio Forestale del Monte Amiata. AI lavori del Convegno partecipato il neo Senatore Nicola Calandrini, il quale ha confermato il proprio impegno a favore dei piccoli Comuni e dei progetti di sviluppo che essi intendono programmare. Il Presidente della Fondazione Roffredo Caetani, Tommaso Agnoni e il Vice Presidente Massimo Amodio, nel confermare l’adesione al Consorzio, hanno anche fatto, con apprezzata ospitalità, gli onori di casa nella bella sala convegni dello storico Palazzo Caetani di Tor Tre Ponti. Preziose sono state le relazioni di Francesca Galli, direttrice del Consorzio Amiata e quella di Montresor di Federforeste. I partecipanti hanno potuto così approfondire la natura giuridica e le modalità gestionali di questo soggetto associativo che si propone la valorizzazione del patrimonio boschivo del nostro territorio, la realizzazione di opere inerenti la prevenzione del dissesto idrogeologico, la promozione e valorizzazione delle produzioni locali, ancorandole alla identità storica e al valore degli importanti monumenti ambientali come i Giardini e le rovine di Ninfa, le vestigia archeologiche dell’antica Norba, le antichità di Cori e quelle di Sermoneta, le suggestive attrazioni paesaggistiche, culturali e urbanistiche di Rocca Massima.
Ora inizia la fase di messa in opera del progetto che dovrà vedere la formale adesione dei Comuni e di tutti quei proprietari di terre e boschi che vogliano garantire al loro patrimonio una gestione di tipo imprenditoriale cogliendo le tante opportunità che può favorire una Struttura tecnica ed economica come il Consorzio Forestale, il quale, per propria natura giuridica e in forza delle legge vigenti, risulta privilegiato nell’utilizzo dei Fondi Europei e nei Bandi del PSR (Piano di Sviluppo Rurale) della Regione Lazio.
Subito dopo l’estate, si adotteranno tutti gli adempimenti statutari e le necessarie delibere comunali nonché gli atti necessari alla adesione dei proprietari di fondi sia in forma singola che associata. Si dovrà conseguentemente provvedere a eleggere gli organismi gestionali e rappresentativi e a tal fine risulterà oltremodo preziosa la consulenza sia di Federforeste che del Consorzio dell’Amiata, presso la cui sede di Arcidosso (GR) verrà organizzato un viaggio di studio dei Comuni e delle Associazioni impegnate in questo progetto.
Nonostante qualche assenza dovuta cause di forza maggiore, che si spera di recuperare nei prossimi appuntamenti, possiamo dire che questo Convegno ha segnato una tappa importante in un percorso che avevamo avviato già tre anni or sono e che in alcuni momenti avevamo quasi disperato di condurre in porto. Certo la navigazione non sarà ancora breve, ma si comincia ad avvistare la costa di approdo. Qui, come si suol dire, varrà soprattutto la perizia e il convincimento dei nostri Sindaci i quali potranno intestarsi un progetto che mentre risponde alle necessità odierne dei nostri territori, pianifica un futuro in cui sono riposte le attese e i diritti delle future generazioni.

Augusto Cianfoni 

Giornata seminariale sul tema “Consorzio Forestale: sinergie istituzionali e private per una gestione imprenditoriale delle risorse ambientali al servizio del territorio collinare e montano”

Venerdì 21Giugno 2019 Alle Ore 16 Presso La Sede Della Fondazione R. Caetani In Tor Tre Ponti – Latina Giornata seminariale sul tema “Consorzio Forestale: sinergie istituzionali e private per una gestione imprenditoriale delle risorse ambientali al servizio del territorio collinare e montano Parteciperanno * Sindaci, Assessori e Consiglieri dei Comuni promotori * Il Presidente della Fondazione R. Caetani Arch. Tommaso Agnoni e il Vice Presidente Dr. Massimo Amodio * Il Responsabile di FEDERFORESTE (Federazione Nazionale dei Consorzi Forestali e delle proprietà collettive) Dr. Andrea Montresor * Il Presidente del Consorzio Forestale del Monte AMIATA Dr. Fiorenzo Caselli e la D.ssa Francesca Galli * Il Presidente della Associazione I CICLOPI di Norma Dr. Giuseppe Filippi e il Direttore Scientifico Prof. Adolfo Gente * La Presidente regionale di ALPAA Lazio Sig.ra Tiziana Priori * La Federazione provinciale COLDIRETTI di Latina * La Presidente della PROLOCO di Rocca Massima Lucia Del Ferraro * Il Prof. Luigi Zaccheo direttore della Rivista NUOVA INFORMAZIONE * Agricoltori e Allevatori dei Monti Lepini * Titolari di aziende boschive * Proprietari privati e associati di patrimoni boschivi e pascolivi del territorio. * Artigiani – Commercianti e Operatori turistici dei Comuni aderenti La Conferenza vuole mettere in luce la identità giuridica e le modalità operative di un Consorzio Forestale nonché le procedure per l’adesione al costituendo Ente, i doveri e le opportunità per gli Aderenti al Progetto e per il Territorio. Ingresso libero Il Comitato promotore

Mostra Dentro e Fuori di Enrico Filippi

COMUNICATO STAMPA “DENTRO E FUORI – LO SPAZIO DELL’IMMAGINE”, Mostra personale di Enrico Filippi Roma 17-24 maggio 2019 – Palazzo Valentini (Roma)                                                                    

L’Associazione Culturale “I Ciclopi” ha presentato Enrico Filippi, emergente artista e architetto, che torna ad esporre a Roma, nella prestigiosa sede della sala della Pace di Palazzo Valentini, a due passi da Piazza Venezia. L’evento inaugurale di questa nuova mostra, tenutosi lo scorso venerdì 17 maggio, è stato accolto con interesse e partecipazione. Il processo di ricerca dell’identità creativa del giovane artista, iniziato negli anni scorsi, attraverso installazioni scultoree e opere plastiche, lo ha portato in questa nuova fase ad interrogarsi con più profonda consapevolezza sull’essenza intima dello spazio e della materia. Il suo è un lavoro di ricerca a tutto tondo. Arte, architettura e contesto sociale si legano in un unicum creativo volto a definire gli spazi della realtà come naturali percorsi dell’uomo. Nel presentare l’installazione, il giovane artista ha illustrato come questa nuova opera sia nata per ricomporre le dimensioni interne ed esterne della materia, consentendole finalmente di dischiudersi per mostrare il Dentro, oltre che il Fuori. Questo nuovo lavoro invita, dunque, a penetrare il mistero di ciò che si nasconde dietro l’apparenza della forma e che rappresenta in ultima analisi l’essenza della realtà. La sua costante ricerca della dualità “Dentro-Fuori” ed “Esterno-Interno,” vede in questa installazione una celebrazione della manualità che diventa strumento investigativo per esplorare, comprendere e dunque sintetizzare la materia. Per info e contatti: Giuseppe Filippi Cell. 3357889

Qualche opportuna riflessione prima delle elezioni europee

di GUIDO CRAINZ

Così l’europa ha creato i propri fantasmi. Troppa economia, poca politica, niente cultura E una silenziosa diffidenza verso i paesi dell’est.

Difficile comprendere appieno la crisi del progetto europeo se non se ne colgono le prime radici, di gran lunga precedenti alla crisi internazionale del 2008 e all’ingigantirsi dei flussi migratori. I suoi prodromi iniziano a manifestarsi già in anni apparentemente “trionfali”: dal 1989 del crollo del Muro al 1992 del Trattato di Maastricht, dal 1998 dell’euro al 2004, con l’allargamento dell’Unione a dieci nuovi paesi. Esce appunto nel 2004 “Il sogno europeo” di Jeremy Rifkin: esso «sta lentamente eclissando il sogno americano», scriveva Rifkin, e invece i germi della crisi potevano esser colti da tempo. Già nel 1990 ad esempio Bronislaw Geremek, uno dei leader più lucidi di Solidarnosc, vedeva profilarsi nei paesi post-comunisti i rischi del nazionalismo e del populismo, assieme alla tentazione di governi forti, proprio per la fragilità delle loro tradizioni democratiche. E sottolineava la necessità di una attenta gradualità nella transizione. In quello stesso 1990 Vaclav Havel osservava che le strutture europee esistenti erano in realtà europeo-occidentali, nate nella divisione precedente, ed era necessario ripensarle per dare corpo a una vera unificazione. Ben poco è stato fatto in questa direzione, e si aggiunga che lo smantellamento del sistema comunista avvenne spesso identificando arbitrariamente democrazia liberale e liberismo economico, come hanno sottolineato in varie forme Jacques Rupkin, Ivan Krastev, Bernard Guetta e altri ancora. Oltretutto mentre soffiava forte il vento del neoliberismo, non di rado con effetti devastanti. E vi furono poi altri limiti ed errori in quella transizione, soprattutto dove il dissenso e l’opposizione ai regimi comunisti erano stati deboli, se non assenti, e i problemi dunque si ingigantivano. Senza por mente a tutto questo non comprenderemmo appieno la parabola paradossale del “gruppo di Visegrad”, nato nel 1991 proprio per favorire il “ritorno in Europa” di quei paesi, per dirla ancora con Havel.
Le questioni sullo sfondo non riguardano però solo l'”Europa ritrovata” a est della Cortina di ferro, e si consideri l’avvio della zona dell’euro. All’indomani di esso Carlo Azeglio Ciampi annotava che era stato essenziale per l’Italia far parte dei “paesi fondatori”, ma era necessario ora un rinnovamento complessivo capace di investire non solo l’economia ma anche la cultura, i costumi, gli stili di vita. Ed Ezio Mauro osservava: è stato quasi inevitabile avviare l’unificazione «attraverso l’unico comun denominatore oggi possibile, quello della moneta» ma è urgente «dare un contesto istituzionale, culturale e politico a questa moneta. Perché rappresenti l’Europa e non soltanto un gruppo di Paesi comandati da una banca». Questo è mancato e altri rischi poi si aggiunsero, spesso connessi a una visione dell’allargamento come un bene in sé. A questo rinvia anche il tracollo della Grecia, che ha avuto origini e cause molto lontane: da un ingresso in Europa nel 1981 privo di verifiche reali (e con l’uso distorto dei fondi comunitari che ne seguì) sino a un’inclusione sostanzialmente precoce nell’eurozona. Ci si illuse sulla “pedagogia dell’euro”, ha osservato Lucio Caracciolo: «La nuova moneta avrebbe trasformato lo spirito di un popolo, le cicale sarebbero diventate formiche. Non è accaduto». Si aggiungano i processi connessi alla globalizzazione, con i prezzi pagati dalle fasce più deboli dei paesi sviluppati e con il crescere al loro interno delle divaricazioni sociali. Diventa più comprensibile allora il progressivo avanzare di partiti populisti e antieuropei nelle aree periferiche del vecchio continente, spesso impoverite dalle smobilitazioni industriali: qui l’Unione europea ha iniziato ad esser vista sempre più come veicolo di una globalizzazione sregolata che minaccia di travolgere le protezioni sociali garantite dallo Stato. Irrompe in questo scenario la crisi finanziaria del 2008: con le profonde insicurezze che alimenta, con gli sconvolgimenti nei vissuti, nei rapporti sociali, negli immaginari. E sull'”amarezza dell’Occidente”, ha osservato Edward Luce, le aspettative deluse pesano ancor più del declino reale. Le conseguenze sono ancor più marcate a est: si incrina allora il mito di un Occidente “naturalmente” florido e sembra emergere un’Europa sempre più “matrigna”, se non tiranna, in uno scenario profondamente mutato. Rivolgendosi idealmente al suo maestro, Ralf Dahrendorf, Jan Zielonka ha scritto: tu sei cresciuto nella Germania nazista ma hai assistito poi «allo sviluppo del welfare, all’azione di parlamenti capaci di regolare il mercato e all’epoca d’oro della stampa come luogo privilegiato del discorso democratico. La mia vita da adulto si svolge in paesi che smantellano i sistemi di welfare, con parlamenti che de-regolano i mercati e con Internet che è diventato il luogo essenziale della comunicazione». In questo mondo, conclude Zielonka, è inevitabile pensare che l’Europa e il suo progetto liberale debbano essere reinventati e ricreati: cercando di capire perché la crisi finanziaria internazionale si è trasformata in una crisi della democrazia europea. Si aggiungano poi altri segnali rimossi, nell’euforia dell’allargamento del 2004 (e mentre si prevedeva la sua rapida estensione a Turchia e Croazia): già la bocciatura della Costituzione europea nei referendum francesi e olandesi del 2005 segnava una battuta d’arresto decisiva, l’inizio di un’abdicazione. E la crisi del 2008 avrebbe mostrato tutta la fragilità di un progetto di unificazione basato largamente su processi economici, nell’illusione che favorissero di per sé l’unificazione politica. 
Si aggiunga infine un grande nodo, colto da Peter Schneider poco dopo l’ingresso in Europa dei paesi ex comunisti: vi è a Ovest, si chiedeva, la volontà culturale e politica di «realizzare realmente la riunificazione»? Non sembra davvero, aggiungeva: «Non viviamo affatto un clima comparabile al grande, vitale e fecondo scambio di idee che nel dopoguerra democratico della Europa occidentale animò e unì intellettuali tedeschi e francesi, inglesi e italiani». Rischia di rimanere in piedi così una “Cortina di ferro mentale”, concludeva. Ed è difficile negare che l’Europa occidentale abbia vissuto a lungo «con le spalle rivolte al muro di Berlino», per dirla con György Konrad. È cresciuta in modo realmente adeguato in questi anni la “qualità”, l’intensità della conoscenza reciproca? A me non sembra. È necessario inoltre misurarsi ancora con le lacerazioni del passato europeo e far avanzare confronti di memoria capaci di avviarne il superamento. Capaci di contrastare un’esplosione dei nazionalismi che in Ungheria e altrove ha portato anche alla riscrittura dei manuali di storia: e già il crollo delle “memorie di Stato” dei regimi comunisti aveva fatto riemergere visioni di sé e del passato mai sepolte, e sin dei peggiori fantasmi. Fantasmi che i traumi della globalizzazione sembrano a loro volta alimentare e che vanno combattuti con un impegno costante, non ignorati.
È difficile negarlo, nella crisi dell’Europa non mancano responsabilità del mondo della cultura: non potevano esser sottovalutati questi e altri fossati originati dalla storia, questi e altri terreni su cui tenere aperto un confronto serrato e continuo per andare oltre. Per costruire un tessuto di relazioni culturali, di dialoghi intellettuali e umani capaci di costruire una sempre più solida “rete di protezione” di fronte ai rischi costanti e oggi inaspriti di lacerazione. È un terreno che abbiamo frequentato troppo poco in questi anni ed è necessario riconoscerlo alla vigilia di elezioni che possono imprimere un ulteriore impulso alle derive disgregatrici: qualunque sia il loro esito, su quel terreno si giocherà comunque una partita decisiva. Se si giungesse davvero alla disintegrazione della Unione europea, ha scritto Ivan Krastev, forse non sarà frutto di una vittoria aperta delle forze antieuropeiste ma conseguenza involontaria della sua paralisi. E delle nostre inerzie.